Università degli Studi di Trento
Facoltà di Ingegneria
Dipartimento
di Ingegneria dei Materiali
titanio E SUO IMPIEGO nel settore
motociclistico
“Stato dell’arte in
Italia”

Corso
di
Metallurgia
dei Metalli non Ferrosi
Prof. Diego
Colombo
Paolo Cagol
2058IM
INDICE:
SEZIONE PRIMA: breve caratterizzazione
del titanio
1.1. cenni
storici
1.2. PROPRIETà TECNOLOGICHE del titanio
·
Processi Kroll e
Hunter
·
Saldatura (welding)
· Lavorazione con utensile (machining)
· Forgiatura (forging)
· Formatura (forming)
·
Formatura superplastica (SPF/DB)
·
Fusione (casting)
·
Sinterizzazione (sintering)
1.8.TRATTAMENTI
TERMICI e rivestimenti DEL TITANIO
SEZIONE SECONDA: il titanio nel motociclismo
2.1. POGGIPOLINI S.P.A.
2.2.
NCR
·
Bielle
·
Valvole
·
Frizione
·
Radiatore
·
Impianto di scarico
·
Carter motore e accessori
2.4. COMPONENTISTICA
CICLISTICA
·
Telaio e accessori
·
Forcellone
·
Piastre forcella
·
Aste forcella
·
Molla ammortizzatori
·
Mozzo ruota posteriore
·
Raggi ruote
·
Bulloneria
SEZIONE TERZA: La lega Ti6Al4V
3.1. La
lega Ti6Al4V
3.2. Principali caratteristiche DELLA LEGA
tI6AL4V
Introduzione:
Scopo di questo lavoro non è quello di fornire una completa e dettagliata caratterizzazione del titanio e delle sue leghe (le cui caratteristiche sono peraltro ampiamente descritte in letteratura e in altri elaborati disponibili sul sito del corso: http://www.ing.unitn.it/~colombo/) bensì quello di fare il punto sull’ attuale stato dell’arte per quanto riguarda l’utilizzo di questo materiale in campo motociclistico, andandone ad analizzare le problematiche specifiche nell’impiego industriale dalla fase di progettazione a quella di realizzazione dei componenti.
La sinteticità della prima sezione, in cui viene presentata una breve caratterizzazione del titanio, è quindi giustificata dall’obbiettivo di fornire le minime nozioni di base che dovrebbero consentire anche al lettore generico di comprendere quanto riportato nella seconda e principale sezione del lavoro. In quest’ottica per il lettore più tecnico o semplicemente curioso è riportata una terza sezione di approfondimento sulla lega di titanio di più comune impiego nell’industria automobilistica e motociclistica: la Ti6Al4V.
Tale trattazione può comunque ritenersi indipendente dalle prime due e quindi non indispensabile per la loro comprensione
.
SEZIONE PRIMA: breve
caratterizzazione del titanio
Il titanio, materiale abbondantemente presente sulla crosta terrestre sotto forma di biossido, fu scoperto in Cornovaglia nel 1791 da William Gregor, appassionato chimico e mineralogo che ne rintracciò la presenza dell’ossido di titanio FeTiO3 (ilmenite) in campioni di sabbia di fiume.
Il composto fu depurato dal ferro con trattamenti di acido cloridrico ma non ridotto allo stato metallico.
Quasi in contemporanea alla scoperta di W.Gregor lo stesso elemento fu isolato dal chimico tedesco Klaproth sotto forma di biossido dal minerale rutilo (TiO2).
A causa della notevole stabilità dell’ossido di titanio per i primi processi significativi di produzione del metallo puro si deve attendere fino al 1910, anno in cui lo studioso Matthew A.Hunter riuscì a ridurre la forma ossidata in quantità sufficienti a poterne studiare il comportamento meccanico.
Le notevoli caratteristiche e l’evoluzione dei processi produttivi hanno poi portato alla sua commercializzazione (in verità alquanto limitata) a partire dal secondo dopoguerra.
Utilizzato inizialmente in campo aeronautico è poi diventato materiale indispensabile in diversi settori industriali di nicchia grazie al particolarmente favorevole rapporto resistenza/massa ed alle eccezionali qualità di resistenza alla corrosione.
I primi tentativi di applicazione di leghe di Titanio in campo motociclistico si devono alla BSA nel cross, con risultati peraltro alquanto deludenti, causa le scarse conoscenze metallurgiche del tempo e la rudimentalità dei processi di lavorazione (trattamenti termici, tecniche di saldatura).
Le successive esperienze in campo automobilistico (dove soprattutto Porche ha investito in ricerca e sviluppo di questo materiale) hanno stimolato nuove e più efficaci proposte nelle competizioni velocistiche a due ruote (tra cui si ricordano le prime valvole in titanio sperimentate dalla Norton Daytona 3 cilindri sul finire degli anni sessanta), ma sempre con costi molto elevati.
La volontà di contenere questi ultimi e di evitare tentativi di produzione artigianali non supportati dal know-how necessario a garantire un’adeguata sicurezza dei componenti, hanno spinto la FIM (Federazione Internazionale Motociclismo) a vietare l’utilizzo di componenti in titanio per telaio e sospensioni nelle moto da competizione.
Alla luce degli enormi progressi fatti nel campo della metallurgia, della progettazione e delle tecnologie di lavorazione, grazie soprattutto alle esperienze nel settore aeronautico, questa messa al bando appare però oggi quantomeno anacronistica e probabilmente giustificata più da ragioni economiche che non di sicurezza.
Questo veto non ha comunque impedito al titanio di proporsi nel mondo delle competizioni come materiale di prima scelta nella realizzazione di alcuni componenti motoristici particolarmente sollecitati (valvole, bicchierini, molle di richiamo, bielle, viti, impianti di scarico) e come materiale di alleggerimento per componenti della ciclistica (telaietti, piastre e aste forcelle, mozzi, bulloneria).
Negli ultimi anni inoltre si è assistito ad un sempre maggiore interesse delle case costruttrici di moto e ad un costante susseguirsi di nuove proposte da parte dell’industria metallurgica.
Questo ha quindi portato ad un lento ma progressivo abbassamento dei costi e ad un’ estensione di alcuni di questi componenti alle produzioni di serie ( principalmente per valvole e impianti di scarico), anche se limitata ai modelli di più spiccata vocazione sportiva.
1.2.PROPRIETà TECNOLOGICHE del
titanio:
Le leghe di titanio sono caratterizzate da un rapporto prestazioni/peso particolarmente favorevole rispetto agli altri materiali di comune impiego strutturale.
La sua resistenza a trazione non è infatti
eccessivamente inferiore a quella di un acciaio di impiego strutturale,
rispetto al quale presenta però una densità inferiore di circa il 40%.
Nei confronti delle normali leghe leggere (alluminio e magnesio) risulta invece nettamente più resistente anche se a prezzo di un peso leggermente superiore.
Queste caratteristiche permettono di progettare componenti di elevata leggerezza senza la necessità di aumentare oltremodo le sezioni e di conseguenza gli ingombri del componente stesso (come invece avviene per le leghe leggere), fattore questo di cruciale importanza in campo motociclistico, dove leggerezza e compattezza sono tra i parametri di progetto più importanti.
Il titanio presenta inoltre limite a fatica (tipico degli acciai ma non di alluminio e magnesio), fattore di cruciale importanza nella progettazione di componenti soggetti a carichi ciclici come gli organi del manovellismo nei motori alternativa.
Un’altra importante caratteristica è la buona duttilità (quindi elevato allungamento a rottura, circa tre volte superiore a quello di alluminio e acciaio) che soprattutto nel titanio puro previene da improvvise rotture di tipo fragile oltre a permettere una buona lavorabilità.
Tra le peculiarità del titanio anche l’elevata temperatura di fusione (1678°C), l’elevata inerzia termica ed elettrica dovute alle relative basse conducibilità, l’ottima resistenza allo scorrimento viscoso (creep), la scarsissima tendenza a corrosione e tensocorrosione (paragonabile ad un ottimo acciaio inox per il titanio puro), che rende praticamente inutili l’utilizzo di rivestimenti o verniciature di protezione da agenti atmosferici.
Si aggiungono inoltre una generalmente buona lavorabilità
e saldabilità, stabilità dimensionale
nei trattamenti termici e biocompatibilità
(non essenziale in campo motociclistico ma che lo hanno reso uno dei materiali
metallici più utilizzati per protesi in campo medico ed ortodontico,
vedi sito del corso alla pagina: http://www.ing.unitn.it/%7Ecolombo/Titanio_in_ortodonzia/Relazione/homepage.htm).
Non si devono inoltre trascurare caratteristiche quali la riciclabilità e non tossicità che potrebbero divenire importanti nel caso di grossi aumenti dei volumi produttivi di titanio.
Si deve però anche sottolineare una scarsa rigidità del titanio rispetto all’acciaio, (caratterizzati da moduli elastici rispettivamente di circa 105GPa e 210GPa), che risulta comunque superiore ad alluminio e magnesio (70 e 45 GPa circa).
Tra le principali limiti “storici” del titanio troviamo invece l’elevata reattività a caldo (che ne rende estremamente critica la saldatura) e la scarsa resistenza ad usura da strisciamento.
Bisogna però sottolineare che tali aspetti sono da considerarsi più difetti di gioventù che non reali limiti del materiale.
Lo sviluppo di uno specifico Know-how ha infatti portato alla definizione di tecnologie, composizioni e trattamenti che rendono il titanio sufficientemente lavorabile (non presenta difficoltà superiori a quelle di un acciaio inox) ed estremamente resistente ad usura e quindi adatto anche alla realizzazione di componenti come valvole di motori, tipicamente a rischio di grippaggio per il loro moto alterno nelle sedi.
Si riporta a seguito una tabella di confronto di alcune proprietà fisiche per alcuni materiali metallici:

Figura 1: Alcune proprietà fisiche dei più diffusi metalli per impieghi strutturali;
Allo stato attuale le caratteristiche fisico-meccaniche del titanio sono ritenute per diversi impieghi notevolmente superiori a quelle degli altri materiali strutturali e che quindi i motivi della sua scarsa diffusione sono principalmente legati all’ elevato costo ed alla complessità e specificità dei processi di progettazione e lavorazione richiesti.
Per una più dettagliata analisi delle proprietà fisiche e meccaniche del materiale si rimanda alla terza sezione dell’ elaborato (capitolo 3.3), in cui vengono prese in esame le principali caratteristiche della lega Ti6Al4V.
Analogamente
ai principali metalli anche per il titanio esiste un quadro di normative di
riferimento che ne definisce le caratteristiche, la composizione chimica, le
relative forcelle di analisi nonché valori di resistenza a rottura, snervamento
e allungamento.
Le
norme più note a livello internazionale sono quella americana ASTM MIL-T e AMS
quelle Russe, Ucraine GOST (non troppo dissimili alle norme occidentali) e le
DIN (tedesca), EN (europea), UNI (italiana) e SAE (Society Automotive
Engeneering).
La normativa americana ASTM per il titanio Commercialmente puro (C P)
identifica quattro gradi principali ognuno con caratteristiche differenti e
idonee nelle diverse applicazioni industriali per contro la normativa russa
GOST identifica due differenti tipologie per il titanio CP.
La
norma ASTM B 265 riguarda i laminati piani, la ASTM B 348 si riferisce ai
prodotti lunghi la B 337 e B338 si riferiscono ai tubi in titanio.
La norma GOST 19807-91 riguarda la composizione chimica delle principali leghe:
la GOST
22178-76 si riferisce alle lamiere in titanio e leghe di titanio; la GOST
23755-79 si riferisce alle
piastre; la GOST 26492-85 ai tondi in titanio o in lega di titanio; la GOSI
22897-86 si riferisce ai
tubi non saldati formati a freddo.
Il titanio puro a temperature inferiori agli 883°C si presenta con una microstruttura cristallina esagonale detta alfa, che si trasforma in cubica a corpo centrato beta a temperature superiori.
Senza entrare troppo in dettagli di carattere metallurgico (sui quali è riportato un approfondimento nella terza sezione dell’elaborato) basti dire che un reticolo cristallino cubico (che caratterizza la fase beta) presenta generalmente caratteristiche di duttilità e quindi deformabilità superiori a quelle di un reticolo esagonale (fase alfa).
Quest’ultimo può però determinare durezza e resistenza a trazione e snervamento superiori.
Si comprende quindi come legando il titanio con particolari elementi che favoriscono l’esistenza dell’una o dell’altra fase e sottoponendolo a specifici trattamenti termici si riescano a produrre leghe con diverse quantità delle due fasi e di conseguenza proprietà differenziate.
Tra gli elementi in lega utilizzati come alfa-stabilizzanti, beta-stabilizzanti o neutri troviamo:

Figura 2: Elementi alliganti alfa e beta stabilizzanti per il titanio;
Questi elementi hanno quindi la funzione di stabilizzare la fase in cui solubilizzano meglio e determinano i diversi gruppi di microstrutture, rispetto alle quali si definiscono tre principali categorie di leghe di titanio:
Caratterizzate da una buona saldabilità ed un buon comportamento meccanico ad alte temperature (e quindi un’elevata resistenza al creep) anche in virtù dei generalmente alevati contenuti di alluminio (5÷8%).
Presentano come principale limite quello di non poter subire nessun tipo di trattamento termico finalizzato ad un ulteriore miglioramento delle caratteristiche meccaniche ed una difficoltosa lavorabilità a causa dell’elevata resistenza a deformazione.
Tali caratteristiche ne pregiudicano quindi un largo impiego in applicazioni strutturali.
Presentano caratteristiche meccaniche eccellenti (le più elevate tra le leghe di titanio) ma non sono saldabili (o perlomeno non senza notevoli complicazioni tecnologiche).
Sono quindi utilizzate in applicazioni che non prevedono tale lavorazione (bulloni, molle).
Sono le leghe di maggiore interesse commerciale, caratterizzate da importanti percentuali di alluminio (tra il 3% ed il 7%, ad esclusione di alcune leghe come la Ti-8Mn) ed elevate caratteristiche meccaniche, grazie soprattutto alla possibilità di essere sottoposte a trattamenti termici quali SOLUTION TREATMENT, RAPID QUENCING, RINVENIMENTO MARTENSITI che verranno più dettagliatamente descritti nella terza sezione.
A livello commerciale si usa anche fare riferimento alla quantità di alliganti presenti. Si riporta quindi anche una differente classificazione:
Noto anche con la sigla CP (commercially pure) è classificato dalla normativa americana ASTM in cinque categorie (grado 1-2-3-4-7) a seconda delle proprietà meccaniche.
In generale all’aumentare del grado si ha un incremento della caratteristiche meccaniche, ad eccezione del grado 7 che presenta temperatura di fusione, carico a snervamento e a rottura, allungamento a rottura e durezza pari al grado 2 ma con una maggiore resistenza alla corrosione alle alte temperature.
Si riportano a seguito le composizioni ed alcune caratteristiche delle due categorie estreme di titanio puro (per i gradi 2 e 3 si avranno caratteristiche intermedie tra quelle sotto indicate):
ASTM GRADO 1:
La qualità di titanio puro più indicata per
deformazioni a freddo ed al profondo stampaggio. E’ impiegata soprattutto per
il rivestimento di serbatoi e per la produzione di lamiere stirate.
|
TI |
O |
N |
H |
C |
Fe |
|
99,8 |
0,180 |
0,030 |
0,005 |
0,080 |
0,200 |
|
T° DI TRANSIZIONE DA ALFA A
BETA |
T° DI FUSIONE |
CARICO DI SNERVAMENTO A 20°C |
CARICO DI ROTTURA A 20°C |
ALLUNGAMENTO |
DUREZZA SUPERFICILALE |
RESISTIVITÀ ELETTRICA A 20°C |
|
888° C |
1.670°
C |
170
N/MM2 |
240 N/MM2 |
24 % |
140 HB |
0,46 µohm |
ASTM GRADO 4:
È utilizzato dove sia richiesto resistenza alla
corrosione ed all’erosione e per temperature fino a 425° C:
|
TI |
O |
N |
H |
C |
Fe |
|
99,5 |
0,400 |
0,050 |
0,015 |
0,080 |
0,500 |
|
T° DI TRANSIZIONE DA ALFA A
BETA |
T° DI FUSIONE |
CARICO DI SNERVAMENTO A 20°C |
CARICO DI ROTTURA A 20°C |
ALLUNGAMENTO |
DUREZZA SUPERFICILALE |
RESISTIVITÀ ELETTRICA A 20°C |
|
950° C |
1.660°
C |
480
N/MM2 |
550 N/MM2 |
15 % |
200 HB |
0,60 µohm |
Il titanio puro in generale viene utilizzato quando è richiesta elevatissima resistenza alla corrosione (superiore a quella di acciaio inox e rame) e ottima saldabilità (entrambe caratteristiche peggiorate dall’ aggiunta di elementi in lega), a prezzo però di caratteristiche meccaniche decisamente inferiori.
L’elevato allungamento a rottura rende il titanio puro particolarmente adatto anche a tutte quelle applicazioni che richiedono elevata duttilità, anche a temperature elevate, con possibilità di esercizio fino ai 350°C costanti e brevi esposizioni fino a 540°C.
L’impiego a temperature inferiori agli 0°C ne aumenta inoltre le caratteristiche meccaniche.
Le principali applicazioni riguardano strutture e recipienti per apparecchiature chimiche, marine, scambiatori di calore, tubazioni di condensatori, attrezzature per galvanica, anodi e catodi di diverso tipo, recipienti in pressione, impieghi in edilizia e restauri conservativi, contenitori di prodotti alimentari, occhialeria, bigiotteria ed oreficeria.
Gruppo affine al CP dal quale si distingue per le diverse percentuali degli elementi alliganti e per le piccole aggiunte di Palladio (0,2%) e di nichel-molibdeno (0,8% Ni, 0,3% Mo) al fine di migliorarne la resistenza meccanica per il grado 12 (vedi tabella allegata) e la resistenza a corrosione in condizioni riducenti per il grado 7 e 11.
Comprende il gruppo più numeroso di leghe di interesse industriale ed in particolar modo le Ti-6Al-4V ( le uniche utilizzate per applicazioni motociclistiche) approfondite nella sezione finale dell’elaborato.
A titolo riassuntivo e di chiarimento delle sopra esposte classificazioni si riportano nella tabella seguente le alcune delle qualità di titanio legato e non legato di maggiore impiego industriale e reperibilità sul mercato.

Figura 3: Principali composizioni di titanio legato e non legato disponibili in commercio; contrassegnate in rosso le qualità sottoponibili a trattamenti termici (descritti più avanti). Le composizioni sono applicabili alle normative AMS, ASTM, DIN, EN, MIL-T, UNI, SAE.
Si è già detto
della notevole diffusione del titanio sulla crosta terrestre.
Tra i molti ossidi disponibili in natura gli unici utilizzati per l’estrazione del titanio metallico sono il rutilo, contenente il 93-96% di biossido di titanio (TiO2) e presente in grandi quantità in giacimenti di Stati Uniti, Canada, Norvegia e Svezia e l’ilmenite, con tenori del 44-70% del composto FeTiO3 e disponibile in diverse spiagge sabbiose in India e Australia.
I processi industrialmente più diffusi per la preparazione del titanio metallico sono il KROLL e l’ HUNTER a cui si ne affiancano altri di minor diffusione.
Sono essenzialmente analoghi salvo per l’elemento riducente utilizzato.
La procedura per entrambi consiste nella riduzione del cloruro di
titanio, preparato dal rutilo o dall’ilmenite.
Una prima operazione di clorurazione del
minerale a 800°C porta al tetracloruro di titanio.
Questo viene quindi purificato per distillazione e poi ridotto con
magnesio metallico (processo Kroll) o sodio metallico
(processo Hunter) a 900°C in atmosfera di elio.
Il metallo così ottenuto è in polvere o fiocchi (questa seconda forma è
generalmente chiamata spugna di titanio per la sua porosità) e deve essere
rifuso in forni elettrici ad arco in atmosfera di argon (noti come impianti
VAR, Vacuum Arc Remelting, inizialmente sviluppati per la produzione di
acciai di qualità superiore) per ottenere il lingotto).

Figura 4: Schema di funzionamento di
forno fusorio VAR;
Da questo si ottengono poi i vari semilavorati con le tradizionali
tecnologie di deformazione plastica a caldo con relativi eventuali trattamenti
termici intermedi di rilassamento del materiale.
Problema principale di entrambi i processi è l’elevato contenuto
residuo di cloro (dell’ordine dello 0,12-0,15%) che rappresenta un’impurità nel
titanio creando problemi soprattutto nel caso di successiva frantumazione per
sinterizzazione.
Alternative a questi due
processi sono l’ELETTROLISI IN SALI FUSI e il processo MHR.
Pur presentando alcuni
specifici vantaggi questi ultimi non hanno avuto un importante sviluppo
industriale a causa degli elevati costi e non verranno quindi presi in esame.
Per una loro completa descrizione si può fare riferimento al sito del
corso: http://www.ing.unitn.it/%7Ecolombo/polveri_titanio/polveri_titanio.htm
Il titanio è presente sul mercato in diverse forme di semilavorati, dai quali poi vengono realizzati i componenti veri e propri.
A seguito è riportato l’elenco delle varie forme di prelavorati disponibili con le relative dimensioni e costi, confrontati con quelli di acciaio inox e lega di alluminio.

Figura 5: Principali forme di prelavorati commerciali e relativo costo;
I valori riportati risalgono alle quotazioni del 1994 e sono relativi alla lega Ti6Al4V sottoposta a normale trattamento di ricottura (che sarà descritto più avanti).
Sono quindi da ritenersi puramente indicativi ma danno comunque una chiara idea di come il costo del titanio sia elevato rispetto anche alle pur pregiate leghe di alluminio e magnesio.
Oltre all’elevato costo uno dei principali problemi
legati alla produzione di componenti in titanio è quello della tendenza all’infragilimento di questo materiale alle alte temperature
tipiche di molti processi lavorativi (fusione, saldatura, forgiatura
e formatura a caldo in genere).
Questo ne ha estremamente limitato lo sviluppo
industriale fino alla messa a punto di
specifiche procedure e tecnologie che oggi consentono di produrre oggetti di
titanio di qualunque geometria e dimensione con standard qualitativi tipici dei
più comuni e “semplici” acciai.
Si analizzano quindi a seguito le tipologie di
lavorazione di più comune impiego industriale sottolineandone le specificità
legate al materiale in esame.
·
Saldatura (welding)
Processo di collegamento fisso che consiste nel portare a fusione il
metallo di base o uno analogo di riporto al fine di ottenere un cordone di unione
tra i due componenti.
La saldatura di componenti in titanio risulta decisamente più complessa
rispetto a quella di acciaio e leghe di alluminio e in generale non può essere
eseguita in condizioni ambientali, nemmeno dopo l’accurata pulizia del
materiale.
Quest’ultima viene comunque effettuata e prevede un
costoso ciclo operativo di scrostamento in bagni di sali o con sabbiatura, sgrassatura (in vapore acqueo, vapori di toluene o solventi
alcalini) e rimozione degli ossidi superficiali (la cui esecuzione può avvenire
in diversi modi che non verranno qui descritti).
Queste problematiche sono dovute all’elevata reattività a caldo del
materiale con l’ossigeno, l’azoto e l’idrogeno presenti in aria e che ad alte
temperature potrebbero inserirsi nel reticolo cubico della fase beta
ostacolandone il successivo ritorno alle struttura esagonale alfa durante il
raffreddamento con possibile insorgere di criccature.

Figura 6: Fenomeno dell’infragilimento a caldo del titanio, tipico nei processi di
saldatura condotti in atmosfera non controllata. Nella sequenza in basso
l’impurità (atomo di ossigeno, azoto o idrogeno) comporta la rottura dei legami
metallici tra gli atomi di titanio durante il raffreddamento.
Al di
sopra della temperatura di transizione di fase (883°C per il titanio puro,
anche oltre i 900°C per le forme legate) la microstruttura del materiale
diventa cubica per ritornare poi esagonale durante il raffreddamento (sequenza
in alto nel disegno sopra).
Se nella fase di riscaldamento il reticolo viene contaminato da atomi estranei (ossigeno, azoto o idrogeno) la struttura cubica semplice diventa cubica a corpo centrato.
Nel successivo raffreddamento l’atomo esterno (in rosso nel disegno sopra) ostacola il ritorno del titanio alla struttura esagonale, più compatta e incompatibile con la presenza dell’ulteriore nucleo.
La maggiore distanza che si viene a creare tra gli atomi di titanio può quindi portare alla rottura dei loro legami dando origine al tipico fenomeno dell’infragilimento a caldo.
Per ovviare a questi problemi si cerca di operare (quando possibile) in atmosfera controllata, generalmente in cabine stagne sotto un flusso di gas inerte (argon o elio) e si assicura un raffreddamento molto lento della zona termicamente alterata (con questo termine si intende la zona del materiale di base sottoposta a temperature tali da indurne trasformazioni ,microstrutturali), in modo da limitare l’insorgenza di microstrutture martensitiche che ne comporterebbero l’infragilimento.

Figura 7: Tipico macchinario per la saldatura di componenti in titanio di medio piccole dimensioni. Si notano le bombole per l’immissione del gas inerte a destra e le due bocche di accesso per le braccia dell’operatore, isolate dalle guaine in gomma nere. La saldatrice vera e propria si trova ovviamente già all’interno della macchina.
Qualora le dimensioni dei componenti o la loro collocazione non consentissero l’uso di cabine si dovrà assicurare un’abbondante flusso di gas anche durante il raffreddamento fino a temperature di sicurezza (generalmente sotto i 540°C la reattività del titanio non è considerata critica).
I tecniche comunemente usate sono le saldature ad arco TIG, MIG, PAW
che sono brevemente descritte a seguito.
Il TIG (Tungsten Inert
Gas) è quello adoperato con maggiore frequenza.

Figura 8: Saldatura TIG: l'elettrodo (blu) è coassiale alla torcia (rosso) e tra i due fluisce il gas inerte (verde) che protegge il bagno di fusione e la ZTA. Il materiale d'apporto (giallo) è costituito da una barretta a parte.
Per spessori compresi tra i 2.5 e 7mm si utilizza materiale d’apporto
con le opportune cianfrinature ricavate nel materiale
di base mentre per spessori inferiori si può operare senza materiale d’apporto.
Il processo MIG (Metal Inert Gas) si usa
invece per lamiere di almeno 3.5mm e diventa più rapido e quindi economico del
TIG per spessori superiori ai 7mm.

Figura 9: Saldatura MIG: in questo
caso il materiale d’apporto (sempre in giallo) scorre coassiale all’elettrodo.
L’uso del materiale d’apporto è riservato a queste due tecniche.
Per quanto riguarda la sua scelta si può dire che in generale per i
titani non legati si usano delle leghe di tipo alfa, che conferiscono maggiore
tenacità al giunto, mentre per le leghe si preferisce optare per materiali
quanto più possibile simili a quello di base.
Infine il PAW (Plasma Arc Welding),
o saldatura al plasma è caratterizzata da una maggiore velocità operativa
rispetto al TIG ed è utilizzato per spessori di oltre 13mm.

Figura 10 Saldatura PAW: l’elettrodo
(blu) è avvolto da un gas inerte che assieme ad esso origina il plasma
(celeste). Un secondo flusso di gas inerte (verde) protegge invece il bagno di
fusione e la ZTA.
Data la minor precisione di questo tipo di saldatura si possono
effettuare dei “ritocchi” con tecnica MIG laddove analisi visive o con liquidi
penetranti ne rilevassero la necessità.
In ogni caso al termine delle operazioni si prevede una distensione in
forno che oltre a scongiurare la possibilità di propagazione di cricche nel
giunto aumenta la tenacità complessiva del pezzo.
Il principio di base di funzionamento della saldatura ad arco elettrico
è ben noto e utilizzato in diversi ambiti industriali (vedi forni ad arco per
acciai e leghe leggere).
Imponendo una elevata differenza di potenziale tra un elettrodo (mosso
a mano dall’operatore o automaticamente) e il componente da saldare e
innescando l’arco (cioè avvicinando le due parti in modo da creare un breve
cortocircuito) si può generare un passaggio di corrente elettrica attraverso il
mezzo gassoso o liquido e la conseguente generazione di potenza elettrica.
Quello che si realizza è in realtà un flusso incrociato di elettroni e
particelle neutre il cui urto porta alla formazione di nuovi elettroni e ioni
positivi.
Il processo così si autoalimenta aumentando la corrente circolante e la
temperatura fino a generare una colonna di plasma (e cioè un flusso di gas
ionizzato alla temperatura di oltre 5000°C) che viene mantenuto costante da un
generatore di corrente a monte.
Il calore così generato porta a fusione il materiale consentendo di
realizzare il cordone di saldatura che ha seconda dei casi può essere
l’elettrodo stesso (che sarà quindi di tipo consumabile), il materiale di base
o un terzo elemento interposto tra i due.
·
Lavorazioni
ad utensile (machining):
Risultano
indispensabili ogni qualvolta siano richieste elevate finiture superficiali e
strette tolleranze dimensionali, oltre che, ovviamente, nei casi in cui non
siano altrimenti realizzabili particolari geometrie o nelle fasi di prototipazione (che va eseguita in tempi brevi e a bassi
costi fissi).
Uno dei problemi
storici della lavorazione ad utensile del titanio è la notevole infiammabilità
in aria delle particelle fini (problema questo comune anche alle leghe di
magnesio).
Per scongiurare la
combustione o addirittura l’esplosione si ricorre in genere a potenti impianti
di raffreddamento ad acqua o ad olio e si evitano pericolosi accumuli di
truciolo.
Un interessante
approfondimento sui problemi di sicurezza legati alla produzione di titanio è
disponibile sul sito del corso alla pagina: www.ing.unitn.it/~colombo/polveri_titanio/testo.htm
Altro tipico problema nella lavorazione meccanica del titanio è la bassa conducibilità termica, soprattutto per le forme legate, che sfavorendo la dissipazione del calore porta ad un notevole aumento della temperature con i conseguenti problemi di microfusione e reattività a caldo già menzionati.
A
questo si pone generalmente rimedio utilizzando lubrificanti a basso tenore di
cloro (meno contaminanti anche se non particolarmente efficienti), garantendo
una costante ed intensa asportazione degli strati superficiali contaminati ed
ovviamente diminuendo le velocità di taglio.
Proprio
quest’ultimo è uno dei più usati parametri per
caratterizzare la lavorabilità ad utensile di un materiale.
Il
valore numerico assegnato al parametro di lavorabilità si esprime in
un’opportuna scala in cui il valore 100
si riferisce alla massima velocità di lavorabilità dell’acciaio AISI B1112
mentre il valore 0 è riferito al caso limite di lavorabilità nulla.
In
questa scala il titanio assume valori paragonabili a quelli di acciai legati ed
inox e compresi tra 12 e 40 (vedi tabella sotto)
risultando in genere più difficile da lavorare nelle forme più legate.

Figura 11: Lavorabilità dei principali
materiali metallici di impiego strutturale;
Altro
problema tipico nella lavorazione meccanica del titanio è la notevole
deflessione del componente sotto la spinta dell’utensile, a causa del basso
modulo elastico del materiale.
Questo
impone l’uso di sistemi di fissaggio estremamente solidi le previsione in fase
di progettuale di tolleranze superiori a quelle conseguibili con gli acciai.
Per
quanto riguarda gli utensili è invece richiesta una più severa affilatura data
la suscettibilità del titanio al danneggiamento superficiale.
Questo
comporta quindi una minor vita media degli utensili e l’aumento dei costi di
lavorazione.
I
componenti sono generalmente sottoposti a lavorazione meccanica allo stato
ricotto e solo dopo ad eventuali solubilizzazione e
invecchiamento che ne determinerebbero una eccessiva durezza e resistenza al
taglio.
·
Forgiatura (forging):
Si realizza pressando a caldo lingotti o lastre di materiale spesso
allo stato rinvenuto tra due stampi azionati da una pressa.
La formatura del componente, che generalmente si esegue in più
passaggi, avviene quindi con intensa deformazione plastica, andando ad
incrementare la resistenze a creep e a fatica del
materiale grazie per strain –hardening
(fenomeno noto in metallurgia anche come incrudimento e che consiste in un
accumulo di dislocazioni nel reticolo cristallino con conseguente
“irrigidimento” della struttura)
Proprio grazie alle già
descritte proprietà di duttilità questo materiale, (e in particolar modo le
leghe in fase beta, decisamente critiche per la saldatura), si presta
abbastanza bene a questo tipo di processo permettendo di realizzare componenti
di elevate dimensioni e forme complesse.
Si distinguono
generalmente due tipologie di processo, una convenzionale che utilizza leghe bifasiche
(e conferisce una microstruttura equiassica alfa in
matrice beta) e la forgiatura da fase beta (da cui si
ottiene una microstruttura aciculare alfa dalla
superiore resistenza a creep).
Tra le tipiche composizioni usate la Ti6Al4V, la cui frazione di fase
beta viene mantenuta predominante (non meno del 70%), in modo da sfruttarne le doti ottime di forgiabilità.
Il trattamento termico preventivo, che influenza la microstruttura
finale del materiale e quindi le sue proprietà, deve consentire una buona
deformabilità alle temperature di processo che possono variare dai meno di 100 °C per la rullatura o martellatura di piccoli componenti
(come bulloneria e raccorderia) fino ai quasi 1000°C
della forgiatura isoterma, generalmente utilizzata
per pezzi di maggiori dimensioni.
Temperature e tempi di trattamento andranno quindi di volta in volta ottimizzati in funzione sia delle dimensioni del componente che delle caratteristiche finali richieste e possono prevedere sia la semplice ricottura che le successivi solubilizzazione e invecchiamento (vedi terza sezione per un’analisi più dettagliata).
Le maggiori difficoltà
riguardano al solito l’elevata reattività del titanio alle alte temperature con
il conseguente pericolo di infragilimento e criccature.
Come nel caso della
saldatura questo problema è gestito eseguendo le operazioni in atmosfera inerte
ed ambienti estremamente puliti.
In aggiunta a ciò, data
la criticità del contatto materiale-stampo alle
pressioni in gioco, si rende comunque necessario l’utilizzo di lubrificanti,
spesso a base di grafite.
Temperatura di processo e
raffreddamento e velocità di deformazione sono quindi i principali parametri di
processo, da cui ne dipende in buona parte la buona riuscita.
Gli intervalli tipici di
temperatura sono generalmente diversi per forgiatura
convenzionale o da fase beta (per cui sono previsti aumenti di 30-70°C) e la
scelta dell’esatta temperatura è inoltre influenzata dal tipo di stampi
utilizzati che possono essere aperti (open die forging), chiusi (closet die forging) o a temperatura controllata (hot die o isotermal forging).
Nei primi si cerca
generalmente di compensare il maggiore flusso termico per convezione durante lo
stampaggio con temperature iniziali superiori e velocità di deformazione
relativamente elevate.
Nel caso di stampi chiusi
si possono utilizzare temperature inferiori o abbassare le velocità.
Chiaramente, a parità di altri parametri, più si rallenta il processo e più si
dovranno alzare le temperature iniziali di stampo e materiale per garantire una
buona processabilità anche nelle fasi finali.
Per quanto riguarda
infine le modalità di preriscaldo del materiale
questo può avvenire in forni a induzione, elettrici o a metano, per effetto
joule (favorito dall’elevata resistività del titanio) come per gli altri
metalli di comune impiego strutturale.
Nel caso inoltre di
stampi closet-die si può ricorrere all’uso di
rivestimenti ceramici depositati con tecniche spray sulle pareti interne del
forno in modo da limitare la contaminazione del componente.
Questi ultimi possono inoltre
avere funzione parzialmente lubrificante.
Alcuni esempi di
temperature e tempi di trattamento utilizzati sono riportati nella terza
sezione per la lega Ti6Al4V.
·
Formatura (forming)
La formatura del titanio è in
genere di più complessa esecuzione rispetto a quella degli acciai e delle leghe
di alluminio e magnesio.
Nell’analisi di questo tipo di lavorazione è indispensabile distinguere
tra formatura a freddo (cold forming, a temperatura ambiente e comunque inferiore ai
150°C) e formatura a caldo (hot forming, a
temperature superiori ma non oltre i 815°C), che come vedremo presenta in
genere meno problemi e diventa addirittura indispensabile per operazioni di
intensa deformazione.
I motivi che spingono comunque all’utilizzo della formatura a freddo
sono essenzialmente la possibilità di utilizzare macchinari comuni ed economici
e il vantaggio di ottenere miglioramenti delle proprietà meccaniche grazie
all’incrudimento indotto nel materiale.
Per contro richiede potenze maggiori alle presse,
lavorazioni in più passate (e quindi tempi più lunghi, tipicamente di 30minuti
contro i 5 di un ‘analoga operazione a caldo), maggiori pressioni di contatto
oltre a manifestare alcune specifiche criticità del materiale in esame.
Il titanio infatti se deformato a freddo si
dimostra estremamente sensibile all’intaglio, è soggetto ad un notevole ritiro
elastico dopo rimozione del carico e presenta una marcata variabilità del
comportamento a snervamento durante la deformazione (per effetto dei noti
fenomeni di strain hardening
ed effetto Bauschinger per carichi alternati di
trazione e compressione).
Questo rende estremamente difficile prevederne
comportamento in fase di progetto e limita l’impiego dei processi a freddo a
lavorazioni non estremamente severe.
Con l’aumentare delle temperature di processo pur
venendo a decadere i vantaggi sopraccitati si risolvono i problemi di ritorno
elastico e incrudimento grazie all’effetto distensivo del calore.
Questo consente inoltre di ridurre il numero di
operazioni e di ridurre le pressioni in gioco con gli ovvi vantaggi di
realizzazione e mantenimento dei macchinari.
Le temperature ottimali per la formatura a caldo
sono attorno ai 540°C e comunque come già accennato non superiori agli 815°C a
cui si ha un deterioramento delle proprietà meccaniche del materiale (esistono
in realtà formature eseguite al di sopra di questo limite che richiedono però
particolari accorgimenti e prendono il nome di formatura superplastica, che
verrà descritta più in dettaglio nel paragrafo successivo).
Va tenuto conto che in alcuni processi si possono
raggiungere le tipiche temperature di invecchiamento e quindi si potrebbe avere
un decadimento delle proprietà acquisite con un eventuale ciclo di solubilizzazione e invecchiamento che andrà quindi rieseguito.
A queste temperature si rende inoltre necessario
l’uso di macchinari che lavorino sottovuoto o in atmosfera inerte (generalmente
argon) in modo da limitare i problemi legati alla più volte citata reattività a
caldo del titanio.
Il riscaldamento del materiale può avvenire sia al
di fuori della pressa (anch’essa comunque riscaldata) che direttamente nella
pressa.
In quest’ultimo caso il
calore è trasmesso dal macchinario a contatto del pezzo per conduzione e la
pressatura avviene soltanto dopo il raggiungimento delle condizioni operative
ottimali.
Le tipologie di deformazione plastica di interesse
industriale sono molteplici ed hanno portato allo sviluppo di macchinari
specifici per le diverse realizzazioni che non verranno qui esaminati.
·
Formatura superplastica (SPF/DB)
La formatura con tecniche SPF/DB (Super Plastic Forming
with Diffusion Bonding) è stata inizialmente sviluppata per il settore
dell’aviazione militare.
Il duplice obbiettivo era quello di ottenere elevatissime proprietà
meccaniche (quindi riduzione dei pesi) e di poter produrre componenti finiti
estremamente complessi, evitando così le fasi di lavorazione meccanica o
saldatura in coda alle tradizionali tecnologie di formatura, con conseguente
riduzione dei costi.
Senza entrare nei dettagli fisici del processo basti dire che grazie
alle particolari condizioni di deformazione indotte si riescono ad ottenere
morfologie di grana estremamente fine (circa 10µm) ed uniforme e di quindi eccezionali proprietà di elasticità ,
resistenza meccanica (da cui il suggestivo termine superelasticità) e ottimo
comportamento a creep e fatica alle alte temperature.
Per ulteriori informazioni si rimanda al sito del corso alla pagina: http://www.ing.unitn.it/~colombo/SUPERPLASTICITA/Presentazione.htm
Tra le leghe più utilizzate per questo tipo di lavorazione la solita
Ti6Al4V grazie soprattutto alla già ottima morfologia di partenza.
Per quest’ultima alcuni dettagli operativi sono
riportati nella terza sezione.
Le temperature tipiche di questo processo sono notevolmente superiori a
quelle ottimali per la tradizionale formatura e variano tra gli 870 e 925°C con
le conseguenti difficoltà di reattività a caldo del materiale di cui si è già
parlato.
Questo crea anche maggiori problemi tecnologici nella realizzazione dei
macchinari e per garantire un’efficiente lubrificazione senza contaminare i
componenti.
Si deve anche considerare che eventuali trattamenti di invecchiamento
precedenti alla formatura superplastica possono perdere gran parte della loro
efficacia e andranno eseguiti soltanto dopo la lavorazione (o comunque eseguiti
una seconda volta).
·
Fusione (casting):
La realizzazione di componenti in titanio per fusione risulta particolarmente complessa non solo a causa dell’elevata reattività del titanio alle altissime temperature (che impone l’uso di costosi impianti sottovuoto) ma anche per la sua elevata temperatura di fusione (che può essere superiore ai 1600°C), che se da un lato conferisce ottima resistenza termica dall’altro rende questo materiale poco adatto a realizzazioni di fonderia (come del resto accade per l’acciaio ) rispetto alle più diffuse leghe di alluminio e magnesio.
La necessità di stampi dall’elevatissima stabilità termica ha imposto lo sviluppo di complesse procedure per la realizzazione di stampi in materiale ceramico (noti come processi investment-casting o a cera persa), schematicamente descritto nella figura sotto.

Figura 12: Processo Investment Casting per la produzione di stampi ceramici; nel caso in esame la realizzazione di un “grappolo” di 6 elementi di piccole dimensioni. Le fasi da (a) a (g) riguardano la produzione della stampo ceramico, solo alla fase (h) avviene la colata del titanio fuso.
Si parte da una matrice in alluminio scomponibile (che riproduce in negativo la forma del componente) in cui viene versata, dopo accurata pulitura, della cera fusa, fase (a) nel disegno sopra.
Quest’ultima una volta solidificata viene estratta e rivestita di materiale ceramico con lunghe sequenze di immersioni e asciugature ( dalla fase (d) alla fase (f)) la cui accurata definizione risulta delicata ed essenziale per conferire allo stampo qualità superficiali e resistenziali adeguate.
Scaldando quindi il tutto si porta a fusione e si estrae la cera, fase (g), riottenendo quindi il negativo in ceramica.
Questo prima di colare il titanio fuso, fase (h), viene inserito in un contrastammo metallico riempito in sabbia in modo da compensare in parte la spinta metallostatica del titanio ed evitandone la rottura.
Tale procedura, pur complessa, lenta e di conseguenza costosa, garantisce eccellenti finiture superficiali, una corretta solidificazione del componente grazie alle caratteristiche isolanti dei materiali ceramici e può essere utilizzata per la realizzazione contemporanea di più componenti di piccole dimensioni partendo da strutture in cera connesse a grappolo, come mostrato nell’esempio sopra.
In generale per componenti ottenuti con processi di fusione correttamente eseguiti presentano tenacità a frattura e resistenza a corrosione paragonabili a quelli ottenuti per deformazione plastica.
Rispetto a questi ultimi si registrano però in genere proprietà meccaniche di resistenza a trazione e snervamento leggermente inferiori.
Ulteriori miglioramenti sono comunque conseguibili con tecnologie di compattazione isostatica a caldo che porta alla riduzione della porosità interna ma che risulta tecnologicamente complessa e attualmente molto costosa.
Questi aspetti la rendono quindi una tecnologia di difficile applicazione e di scarsa diffusione industriale, prevalentemente limitata al settore aerospaziale e aeronautico per la realizzazione di componenti mobili di grosse dimensioni come ad esempio componenti per turbine o compressori, anche se non mancano alcune realizzazioni di nicchia in altri settori più tradizionali, come si vedrà nella seconda sezione.
Per alcuni esempi aeronautici si rimanda invece al sito del corso, alla pagina:
http://www.ing.unitn.it/~colombo/Leghe_di_titanio_e_le_applicazioni_aereonautiche/frontespizio.htm
·
Sinterizzazione (sintering)
Un interessante alternativa alla fusione è la sinterizzazione che presenta il duplice vantaggio di poter ottenere componenti finiti e di abbassare notevolmente le temperature di processo pressando a caldo polveri fini di titanio.
Con questo processo si inducono fenomeni diffusivi tra le superfici a contatto e quindi la formazione di legami metallici tra le particelle senza necessità di portare a completa fusione il materiale.
Per contro si crea però una notevole porosità residua tra le particelle con conseguente decadimento delle proprietà meccaniche.
Questa tecnologia, inizialmente sviluppata per l’acciaio (che come il titanio presenta temperature di fusione molto elevate) al fine di ottenere componenti finiti con geometrie complesse e spessori sottili, è comunque in costante fase di sviluppo proprio al fine di ridurre la porosità di prodotti finiti senza perdere l’iniziale vantaggio economico.
Uno dei principali problemi nella sinterizzazione è legato all’ottenimento delle polveri che devono essere estremamente fini e pure (soprattutto la presenza di cloro può ostacolare i processi diffusivi in fase di pressatura a caldo).
Grani grossi produrrebbero infatti una limitata superficie totale di contatto rallentando e limitando i fenomeni diffusivi mentre la presenza di impurezze ostacolerebbe l’instaurarsi di solidi legami metallici tra gli atomi di titanio dei diversi grani.
Si accenna soltanto ai diversi processi disponibili: il più economico prevede la frantumazione della spugna di titanio di prima fusione ma non garantisce bassi tenori di cloro, mentre migliori risultati si possono ottenere tramite solidificazione rapida (e quindi richiede un’ulteriore processo fusorio) con sistemi centrifughi in atmosfera inerte.
Sotto sono riportati gli schemi di due tipologie di impianti di atomizzazione.

Figura 14: Schemi di impianto di
atomizzazione per la produzione di polveri di titanio per sinterizzazione;
Maggiori informazioni e un approfondimento sull’innovativa
tecnologia di LASER FORMING sono disponibili sul sito del corso alla pagina: www.ing.unitn.it/~colombo/polveri_titanio/testo.htm
1.8.TRATTAMENTI TERMICI E RIVESTIMENTI DEL
TITANIO:
Il titanio e più in
particolare le leghe dalla famiglia alfa + beta può essere trattato
termicamente al fine di migliorarne le proprietà tecnologiche.
Per tali operazioni sono generalmente necessari forni sofisticati, in grado di operare sotto vuoto o dotati di controllo dell’atmosfera in modo da controllare l’elevata reattività a caldo del titanio con idrogeno, ossigeno e azoto.
La contaminazione da parte di questi ultimi a temperature elevate porta in genere alla comparsa di fenomeni di infragilimento e criccature analoghi a quelli visti per saldatura e forgiatura a caldo.
Senza entrare nei dettagli del complesso argomento dei trattamenti termici se ne darà a seguito solo una semplice classificazione facendo riferimento a tre principali tipologie:
·
Trattamenti di ricottura:
Consistono in un riscaldamento del materiale al di sotto della
temperatura di transizione alfa-beta (883°C per il titanio puro e superiore
nelle forme legate) e non comportano quindi modificazioni nella microstruttura
del materiale.
Hanno invece l’obbiettivo di attivare termicamente dei processi di
riassestamento del reticolo cristallino deformato e consentendo di rimuovere le
tensioni accumulate durante i processi di formatura per deformazione plastica.
La ricottura viene generalmente eseguita sui prelavorati
(spesso ottenuti per estrusione, forgiatura,
laminazione etc) in modo da “addolcire” il materiale
prima delle successive lavorazioni secondarie ma può anche essere effettuata
come trattamento a termine.
In questo caso le proprietà meccaniche non saranno quelle massime
ottenibili con il titanio ma si disporrà comunque di una elevata duttilità.
·
Trattamenti di bonifica (tempra +
invecchiamento):
Comportano delle trasformazioni di fase: si effettuano riscaldando il
materiale al di sopra della temperatura di transizione alfa-beta con una
permanenza di 10-30 minuti nel campo di stabilità bifasico
(alfa+beta) o monobasico (beta) a seconda dei casi.
Il successivo rapido raffreddamento (noto come TEMPRA o SOLUTION
TREATMENT ed eseguita in acqua, olio o
aria) fa si che una parte della fase beta metastabile
non abbia il tempo di ritornare alla configurazione stabile alfa rimanendo
“intrappolata” nel reticolo cristallino anche a temperatura ambiente.
La percentuale di fase beta residua può essere variata a piacimento
(gestendo temperature, tempi di permanenza e velocità di raffreddamento) ed in
generale un suo aumento comporta miglioramenti di resistenza a trazione e
snervamento e modulo elastico, a prezzo di una minore duttilità.
L’effetto combinato della presenza di fase beta e delle notevoli
tensioni residue generate dal trattamento possono però rendere estremamente
fragile il componente che viene quindi nuovamente riscaldato (rigorosamente al
di sotto la temperatura di transizione) e raffreddato in modo lento in quello
che viene generalmente indicato con trattamento di INVECCHIAMENTO o AGING.
Dato che i due trattamenti (tempra+invecchiamento
o più spesso in letteratura solution treatment+aging) sono necessariamente da eseguirsi in coppia
si fa generalmente riferimento al termine BONIFICA per identificare l’intero
processo.
Con quest’ultimo si riescono ad ottenere
ottime proprietà meccaniche (resistenza a trazione superiori ai 1000Mpa)
con comunque buone doti di duttilità.
I trattamenti superficiali, a differenza di
ricottura e bonifica, non modificano direttamente le caratteristiche
morfologiche o microstrutturali del materiale di base ma si limitano ad
alterarne le caratteristiche nella zona superficiale ricoprendo quest’ultima con materiali di riporto dalle specifiche
caratteristiche.
Questo consente di raggiungere elevatissime
proprietà limitatamente alla zona dove queste sono richieste, senza la
necessità di modificare l’intero massa del componente.
Si vedranno a seguito due tipologie di
trattamenti superficiali di notevole interesse industriale: i PVD, utilizzati
per ottenere elevata durezza superficiale ed i TRATTAMENTI ANTIOSSIDANTI
ovviamente finalizzati ad incrementare la resistenza a corrosione del
materiale.
Inizialmente sviluppato per il settore aerospaziale quella dei rivestimenti PVD è ormai diventata una tecnologia di uso industriale (si parla sempre comunque di componentistica ad elevato valore aggiunto) ed ha l’obbiettivo di aumentare notevolmente le caratteristiche del materiale fino a strati immediatamente inferiori alla superficie (lo spessore interessato varia generalmente tra i 20 e i 120μm).
Senza entrare nei dettagli (descritti in specifici lavori disponibili nel sito del corso alla pagina: http://www.ing.unitn.it/%7Ecolombo/RIVESTIMENTI_DA_FASE_VAPORE/frontespizio.htm) basti dire che questo procedimento viene eseguito in camere ermetiche a temperature di circa 400°C in cui una scarica elettrica è fatta passare attraverso un gas rarefatto (le pressioni usate sono generalmente di 0.00003 bar).
Queste condizioni consentono di realizzare un arco elettrico tra il componente da rivestire (che funge da polo positivo) ed il materiale di riporto (polo negativo) in genere inserito nel forno sotto forma di pastiglie.
Con differenze di potenziale di 250V e correnti prossime agli 80A si determina la vaporizzazione della pastiglia (favorita anche dal vuoto spinto generato nella camera) e la conseguente migrazione dei vapori verso la superficie del componente da rivestire per effetto del campo elettrico.
L’intuibile raffinatezza del processo e la necessità di avere già sul componente di partenza ottime caratteristiche meccaniche rendono però questi rivestimenti molto costosi e quindi utilizzati solo quando strettamente necessario (salvo casi particolari come ad esempio le canne delle forcelle di alcune moto sportive di serie dove spesso si ricerca anche l’esclusività estetica conferita dalla tipica colorazione oro dei rivestimenti TiN).
I composti più comunemente utilizzati sono il nitruro di titanio TiN (ben noto ai motociclisti per l’appena citata applicazione ma impiegato anche in diverse componenti in titanio del motore), il carbonitruro di titanio TiCN, il nitruro di titanio (anche questo usato per steli forcella, ma di colore nero lucido, vedi famiglia Suzuki GSX-R nelle versioni successive al 2003), il nitruro alluminio AlTiN, il nitruro di cromo CrN ed infine il nitruro di zirconio ZrN.
Con questi è possibile aumentare la resistenza all’usura d’attrito e di adesione (che come già accennato sono relativamente scarse nel titanio allo stato puro o legato) ottenendo durezze prossime ai 1600 Hv e portando anche ad apprezzabili incrementi di resistenza alla corrosione acida.
Queste caratteristiche ne fanno una delle tecnologie indispensabili nella produzione di componenti in lega di titanio soggetti a strisciamento (vedi bielle e valvole), che altrimenti andrebbero incontro ad una rapidissima usura generando tra l’altro surriscaldamenti per attrito inaccettabili.
Uno dei requisiti fondamentali per l’applicazione di tali rivestimenti, oltre ovviamente all’adesione dello strato superficiale, è quello di poter disporre di un metallo di base sufficientemente duro e resistente da sostenere il sottile e fragile riporto.
Proprio per questo le caratteristiche di basso modulo elastico e durezza del titanio vanno minimizzate con opportuni pretrattamenti termici e superficiali in modo da scongiurare possibili frantumazioni del rivestimento.
Tra i tipici componenti motociclistici in titanio sottoposti a rivestimenti PVD troviamo, oltre alle gia citate canne forcella, le superfici interne di testa e piede di biella (montati su perno manovella e spinotto con i relativi cuscinetti a rotolamento, nei motori a 2 tempi, o a strisciamento, nei motori a 4 tempi), gli steli delle valvole (che strisciano con moto alterno nelle relative sedi), i piattelli per le molle valvola (a rischio di erosione da parte della molla nelle zone di contatto), alcuni componenti del pacco frizione, mozzi ruota e bulloneria speciale.
Queste e altre componenti saranno dettagliatamente esaminati nella seconda sezione dell’elaborato.
·
Rivestimenti antiossidazione:
L’elevata reattività a caldo del titanio ne compromette la resistenza a
corrosione.
Mentre infatti a temperatura ambiente lo
strato si ossido che si forma in superficie è compatto e stabile a temperature
superiori ai 400°C circa questo comincia a dissolversi andando a formare un
composto a base di ossidi di titanio e
alluminio poroso non protettivo.
Per ovviare a questi problemi sono stati
sviluppati specifici processi di rivestimento antiossidante che ne garantiscono
l’integrità a temperature superiori.
Questo tipo di tecnologia risulta in genere
meno sofisticata e quindi più economica rispetto ai rivestimenti PVD descritti
in precedenza, come dimostra il loro utilizzo da parte del costruttore
giapponese Honda per la fabbricazione di bielle in
titanio a “basso” costo per la produzione di serie (vedi seconda sezione).
Una dettagliata descrizione di questi processi
per le leghe intermetalliche basate sul composto TiAl
è disponibile sul sito del corso: http://www.ing.unitn.it/%7Ecolombo/OssidazioneTiAl/index.htm
SEZIONE SECONDA: il
titanio nel motociclismo
In questa
seconda sezione dell’elaborato si cercherà di fare un dettagliato resoconto
sullo stato dell’arte dell’impiego delle leghe di titanio nella realizzazione
di componenti motociclistici, analizzando tutta la componentistica
di motore e ciclistica realizzabile con questo pregiato materiale.
A questo fine
si farà riferimento alle tecnologie utilizzate nelle competizioni, ai pochi
componenti impiegati nelle produzioni di serie ma soprattutto al ricco mercato
dell’after market, alimentato sia da piccole realtà artigianali che da aziende
di importanza internazionale specializzate nella lavorazione di questo
materiale.
Tra queste
quella che vanta maggiore esperienza nel settore della componentistica
motociclistica è certamente la bolognese Poggipolini
di cui, data la massiccia presenza sul mercato, si propone una breve
presentazione prima di cominciare la descrizione dei vari componenti.
2.1.POGGIPOLINI S.R.L.
La ditta italiana, con sede a S.Lazzaro di Savena in provincia
di Bologna, è specializzata nella progettazione, realizzazione e sviluppo di
componenti in lega leggera ed acciaio inox ed opera
nei settori navale, aeronautico, automobilistico e, appunto, motociclistico con
certificazione UNI EN ISO 9002, TUV, DNV.
Del gruppo Poggipolini
fa inoltre parte il celebre marchio NCR (ben noto agli appassionati per i
numerosi successi ottenuti nel campionato mondiale Superbike con l’omonimo
Team) la cui decennale collaborazione ha portato allo sviluppo di un
grandissimo numero di componenti per moto da competizione.
L’attività
del gruppo ha inizio nel 1950, anno di fondazione da parte di Calisto Poggipolini.
L’utilizzo delle
innovative leghe leggere a base di titanio e alluminio comincia invece negli
anni settanta per assecondare l’attività dei figli nelle gare di motocross.
La felice
intuizione delle enormi potenzialità di sviluppo di questi materiali, ed in
particolare del titanio hanno portato l’azienda, oggi presieduta da Stefano e
Marco Poggipolini, a divenire una importante realtà a
livello internazionale in settori altamente tecnologici come quello nautico e
aeronautico e a raggiungere gli elevati standard qualitativi richiesti dalle
certificazioni ISO 9002, TUV e DNV.


Via Emilia 262 - 40068 San Lazzaro di Savena
(BO) Italy
Tel. +39 051 6256090 - 6258160 Fax. +39 051 6257084
Nei
settori auto e moto Poggipolini è da diversi anni
fornitore ufficiale di prestigiosi marchi come Ferrari,
Ducati, Suzuki, NCR nelle competizioni di F1,
motomondiale e superbike, oltre a
rappresentare
uno dei più noti e riconosciuti punti di riferimento per tutti i preparatori di
auto e moto che vogliano incrementare le prestazioni dei propri mezzi con
componenti di assoluta qualità e affidabilità.
Nel corso
del 2003 il gruppo è inoltre divenuto proprietario al 75% del marchio NCR
(brevemente presentato a seguito), a cui era del resto già legato da molti anni
di intensa collaborazione, legittimando ancor più il suo ruolo di primaria
importanza nel settore delle due ruote.
Attualmente Poggipolini
conta 50 dipendenti ed un’area industriale sviluppata su una superficie di 5000
metri quadrati.
NCR nasce nel 1969 come acronimo di Nepoti Caracchi Racing, scuderia che diventerà sinonimo di sopraffini bicilindrici
Ducati da competizione grazie alle numerosissime vittorie in campo
internazionale.
Tra queste non si può non ricordare lo
storico successo di Mike Hailwood
(con l’appoggio di Fabio Taglioni, Franco Farnè e,
appunto, la NCR) al Tourist Trophy
del 1978 che consegnò alla casa Bolognese il primo di una lunga serie di titoli
mondiali, allora assegnato in prova unica per le gare riservate alle derivate
di serie.

Figura 15: Pubblicità celebrativa per la vittoria del Campionato Mondiale TT1; il
2 giugno del 1978 l’inglese Mike Hailwood,
sulla Ducati 900 “special” preparata dalla scuderia NCR, conquista il primo
titolo iridato della casa Bolognese.
I successi della scuderia continuano
anche con i più moderni motori Ducati 4 valvole dopo l’istituzione del
Campionato Mondiale Superbike voluto dalle case giapponesi sul finire degli
anni ottanta e raggiungono l’apice con la straripante vittoria del campionato
1991 con il texano Dough Polen
su Ducati 888 Fast By Ferracci,
che il team manager Virgilio Ferrari affida alla
sapiente gestione tecnica degli ormai famosi Nepoti e
Caracchi.
Attualmente il Team NCR rimane
impegnato nel mondiale Superbike continuando a cogliere sensazionali risultati
contro le ben più “ricche” scuderie ufficiali.
Ne sono una dimostrazione il terzo
posto finale sfiorato nel 2003 dal
pilota francese Regis Laconi
e l’estrema competitività dimostrata durante tutta la stagione dalla Ducati 998
preparata del team bolognese.
Verranno qui
esaminati tutti gli organi interni ed accessori dei motori motociclistici a
combustione interna per i quali è stato sperimentato l’utilizzo delle leghe di
titanio.
Tra questi verrà
data particolare importanza a bielle e valvole che hanno trovato notevole
diffusione nei motori ad alta potenza specifica (anche su veicoli di serie)
diventando un componente praticamente
irrinunciabile nel campo delle competizioni.
·
Biella:
Organo meccanico a forma di asta che collega il pistone (a cui è
collegato tramite lo spinotto) al perno di manovella dell’albero a gomiti.
Nella biella si distinguono generalmente:
-
PIEDE DI BIELLA: ovvero l’estremità piccola “in alto” in cui viene
inserito lo spinotto su bronzine (cuscinetti a guscio sottile a lubrificazione
idrodinamica, noti anche come cuscinetti di strisciamento, utilizzati nei
motori a 4 tempi) o cuscinetti a sfera (impiegati nei motori a due tempi data
l’impossibilità di realizzare un circuito di lubrificazione nel carter pompa);
-
FUSTO: è la parte centrale del componente, generalmente con sezione ad H
(l’anima è nel piano del moto) o ad I (detta anche ad H rovesciata in cui
l’anima è nel piano ortogonale a quello del moto) per aumentarne il momento
d’inerzia;
-
TESTA DI BIELLA: l’estremità più grande (“in basso”) che garantisce il
collegamento tra biella e perno manovella. Anche in questo caso il vincolamento dei due organi è garantito da bronzine o
cuscinetti a rotolamento a seconda della tipologia del motore.
-
CAPPELLO: elemento amovibile
nelle bielle in due pezzi (in genere impiegate nei motori a 4 tempi), unito
alla testa tramite bulloni passanti
(soluzione più economica), mordenti (efficace ma costosa per le lavorazioni di
filettatura della biella), prigioniere o ancora in pezzo unico col fusto (soluzione estremamente rara e costosa, in
passato proposta da Ford e Renault).
Nel caso dei motori a due tempi con albero a
gomiti composito (e quindi smontabile) la biella è realizzata in pezzo unico,
senza quindi cappello scomponibile.
La biella è uno degli elementi più sollecitati in un motore ad elevate
prestazioni a causa soprattutto delle elevate forze di pressione che si
generano in camera di combustione e delle forze d’inerzia, proporzionali alla
massa del manovellismo ed alle accelerazioni cui questo è sottoposto durante il
moto, che divengono predominanti agli alti regimi di rotazione.
A differenza di quanto erroneamente suggerito dal nome (secondo la
scienza delle costruzioni le bielle sono delle travi incernierate alle
estremità sottoposte a carichi esclusivamente assiali), le bielle impiegate nei
manovellismi dei motori alternativi sono soggette non solo a carichi alternati
di compressione e trazione ma anche a flessione, a causa delle accelerazioni
laterali imposte dal moto rototraslatorio del
componente.
Proprio la gravosità delle condizioni di utilizzo ha spinto diversi
costruttori a sperimentare fin dagli anni sessanta delle tecnologie alternative
a quelle dell’acciaio che, se pur estremamente resistente ed affidabile,
risulta pesante rispetto ad altre materiali più avanzati.
In passato sono state fatte diverse sperimentazioni sia in campo
motociclistico che automobilistico per la realizzazione di bielle in lega di
alluminio, ma senza grande successo.
Ricordiamo in particolar modo la discreta diffusione nei grossi
bicilindrici paralleli inglesi degli anni sessanta, l’ampio uso sui
monocilindrici per moto da speedway e le deludenti
prove fatte da Parilla e Moto Morini
su motori monocilindrici di piccola cilindrata (125-175cc).
Anche su motori di Formula1 si trova esempio di bielle in alluminio,
nel 12 cilindri 3500 Lamborghini sviluppato
all’inizio degli anni novanta.
Le più prestazionali bielle in materiali
compositi a matrice metallica o di alluminio con fibre annegate sono al momento
eccessivamente costose, richiedono tecnologie produttive estremamente raffinate
e presentano alcuni problemi legati alla complessità dei fenomeni di
deformazione termica.
Allo stato attuale per questo componente la vera alternativa
all’acciaio rimane quindi il titanio che permette un notevole innalzamento dei
limiti di rotazione del motore (circa 700 rpm nei
motori da competizione rispetto ai migliori acciai) a parità di affidabilità
grazie ad un risparmio di peso mediamente attorno al 30%.
Questo materiale infatti è ormai universalmente impiegato per bielle di
motori ad elevatissima potenza specifica nei quali i componenti in moto alterno
sono sottoposti a notevoli sollecitazioni inerziali.
Rispetto ad altri componenti (vedi valvole di scarico) i problemi di
usura delle parti in strisciamento e le sollecitazioni termiche sono
relativamente meno critici grazie all’azione delle bronzine su testa e piede di
biella e alla relativa “lontananza” dalla camera di combustione (in questo caso
la biella gode dell’effetto schermante del pistone che si fa carico delle
maggiori sollecitazioni termiche).
Nonostante questo particolari attenzioni sono rivolte alle superfici
interne di testa e piede di biella al fine di minimizzarne l’usura.
A questo proposito si ricorda che i cuscinetti a lubrificazione
idrodinamica (le bronzine o cuscinetti a strisciamento precedentemente
accennati) nella fase di avvio lavorano a diretto contatto con la sede e
l’elevato coefficiente di attrito che si genera può indurre fenomeni di intensa
usura adesiva.
Le composizioni di maggiore impiego sono la Ti6Al4V e le più economiche
Timetal 62S e la recente Ti4Al2V0.1Si0.3REM
che garantisce un’ottima lavorabilità a caldo ma esistono anche composizioni
specificamente sviluppate per produzioni di grande serie come la Ti-64A
definita da Honda per un motore di uso
motociclistico.
Le bielle in titanio sono per lo più prodotte per forgiatura
a più passate e quindi lavorate ad utensile ma per lotti estremamente limitati
possono anche essere direttamente ottenute per lavorazione meccanica che,
grazie alle ormai diffuse fresatrici a controllo numerico, garantisce tempi di
realizzazione estremamente ridotti.

Figura 16: Sopra una biella in titanio
di produzione Poggipolini finita e pronta al
montaggio a confronto con il grezzo di forgia da cui è stata ricavata.
Le bielle progettate per un utilizzo esclusivamente agonistico, e
quindi soggette a minori vincoli di carattere economico, sono generalmente
sottoposte a costosi trattamenti superficiali nelle zone particolarmente
soggette ad usura, in questi casi estremamente gravosa a causa degli elevati
regimi di rotazione a cui sono utilizzati i propulsori.
Si ricorda infatti che per i moderni quattro tempi aspirati da
competizione i tipici regimi di potenza massima oscillano tra i 16000 (per moto
da GP di 1000cc) ai 19000 (F1) giri al minuto ma in passato motori di piccole
cilindrate unitarie come le 125 GP degli anni ‘60 o la rivoluzionaria Honda NR500 GP a pistoni ovali portata in gara nel 1979 da Freddy Spencer, superavano abbondantemente i 20000 giri al
minuto.
Il raggiungimento di queste severissime condizioni di utilizzo è reso
possibile dai già citati rivestimenti superficiali che generalmente prevedono
un ricoprimento a base di fosforo e bronzo per il piede di biella ed un
rivestimento spray al molibdeno per la testa di biella, naturalmente limitati
alla superficie interna a diretto contatto con le bronzine.
Molto diffusi anche i caratteristici rivestimenti al TiN per il piede
di biella (vedi paragrafo 1.8 nella prima sezione), di cui si riportano sotto
due esempi.

Figura 17: Piede di biella con
rivestimento superficiale al TiN. A sinistra la biella artigianale con sezione
ad H rovesciata (o ad I) fresata dal pieno dal tecnico Bolognese Achille
Fabbri, specializzato nella lavorazione di acciai speciali e leghe leggere. A
destra la biella forgiata con sezione ad H prodotta da Poggipolini.
La bassissima produttività e la complessità di questi processi rende
però molto alto il costo di questi componenti e ne preclude quindi
l’applicazione a produzioni su larga scala.
Di particolare interesse è lo studio condotto da Honda
alla fine degli anni ‘80 per la realizzazione di bielle in titanio per
motociclette di serie e che ha portato alla definizione di una nuova lega (la Ti-64A di cui si è precedentemente
accennato) e specifici processi di produzione e trattamento che hanno consentito
di ridurre il costo della biella finita al valore di circa un sesto rispetto al
componente in titanio prodotto con le tecnologie normalmente impiegate nelle
competizioni, con un risparmio di peso inferiore ma comunque stimabile in un
17% (anziché il 30%) rispetto all’acciaio.
I risultati sono quindi stati applicati alla produzione di bielle per
il motore 4 cilindri, 4 tempi aspirato di 750cc che tra il 1988 ed il 1992
equipaggiava i modello RC30, versione stradale della moto vincitrice di due
campionati mondiali Superbike con Fred Merkel.

Figura 18: Honda RC30, prodotta tra il 1988 ed il 1992, unica moto in commercio ad adottare bielle in titanio prodotte con tecnologie appositamente sviluppate dalla casa giapponese per la produzione di serie.
Queste le principali caratteristiche del componente in esame:
Lega Ti-64A: deriva direttamente dalla Ti6Al4V normalmente
impiegata ma è caratterizzata da tolleranze di composizione più ampie per
quanto riguarda il contenuto di
carbonio, ossigeno, vanadio, ferro de idrogeno.

Figura 19: Composizione della lega Ti-64A sviluppata da Honda per la produzione su larga scala in confronto alla tradizionale Ti6Al4V.
Questo ha permesso di semplificare notevolmente le fasi di fusione e solidificazione del materiale, che nel caso del titanio sono particolarmente delicate ed influiscono in modo rilevante sul prezzo finale del componente.
Il materiale così ottenuto presenta una maggiore dispersione dei valori delle principali proprietà meccaniche che rimangono comunque confrontabili ed in alcuni casi superiori (vedi tabella sottostante) a quelli registrati per la lega Ti-6Al4V.

Figura 20: Proprietà meccaniche delle leghe Ti-6Al4V e Ti 64A a confronto. Le aree nere nel diagramma denotano la notevole dispersione dei valori registrati per la Ti-64A e sono dovuti alla maggior presenza di impurezze nella composizione della lega.
Processo produttivo: per
contrastare la spiccata tendenza all’ossidazione del titanio, soprattutto alle
alte temperature, i tecnici Honda hanno optato per un
processo di forgiatura a caldo (970°C, appena sotto
la temperatura di transizione a fase beta) in un’unica passata seguito da
sbavatura e da una lavorazione di coniatura per il
recupero delle distorsioni causate dal riscaldamento (che sono massime proprio
a temperature di circa 950°C, come mostrato nel grafico sperimentale riportato
a seguito).

Figura 21: Andamento (%) delle distorsioni al variare della temperatura per un campione di Ti-64A (barra di 8.2 mm di diametro) sottoposta a trattamento termico di 16 ore. Si nota il picco pronunciato appena prima della trasformazione in fase beta, responsabile del già citato fenomeno della superelasticità.
Quindi un ulteriore trattamento di invecchiamento a 715°C (che riduce le distorsioni nei successivi trattamenti superficiali di ossidazione, descritti a seguito) precede la lavorazione meccanica.
Quest’ultima per componenti meccanici di alta precisione come le bielle è estremamente delicata e richiede quindi oltre che utensili di alta precisione anche un solido posizionamento (anche in ragione del notevole ritorno elastico del titanio che come già detto ne rende difficoltosa la lavorazione ad utensile).
Nel caso dell’acciaio il bloccaggio è garantito da potenti magneti; essendo però il titanio un materiale amagnetico si è ricorso ad apposite morse a cuneo in grado di immobilizzare il componente creando un intenso vuoto sulla superficie inferiore dello stesso.
Trattamenti superficiali: Come già accennato una delle ragioni
dell’elevato costo delle bielle in titanio è legato alla complessità dei
rivestimenti superficiali necessari al contenimento dell’usura da attrito nelle
superfici interne di testa e piede di biella.
Le meno esasperate condizioni di utilizzo dei modelli di serie hanno
però portato Honda a ricercare trattamenti
superficiali alternativi e più economici.
Dopo aver testato diverse possibilità (tra cui rivestimenti al cromo,
molibdeno e processi di nitrurazione) è stato individuato nei trattamenti di
ossidazione (OD treatments) il miglior compromesso
tra proprietà conseguite (principalmente durezza, durabilità chimica e
resistenza all’usura), semplicità di esecuzione e costi.
La temperatura ottimale di trattamento individuata dal costruttore
giapponese è tra i 700 ed i 720°C, a cui il materiale aumenta notevolmente la
propria durezza superficiale mantenendo la microstruttura alfa+beta
e rimanendo comunque lontano dalle condizioni di superelasticità (900-950°C)
che ne indurrebbero un’ intensa deformazione.
La temperatura prescelta permette inoltre tempi di trattamento
relativamente brevi e quindi una buona produttività.
A questo è poi aggiunto un rivestimento di resina PTFE sulla testa di
biella la cui principale funzione è quella di compensare ogni eventuale disassamento tra biella ed il relativo perno durante
l’assemblaggio.

Figura 22: Biella e relativi trattamenti superficiali sviluppati da Honda per il modello RC30.
Risultati: Come già accennato il risparmio di peso ottenibile con queste tecnologie è di circa il 17% rispetto a componenti in acciaio di uguale resistenza.
Il prezzo, circa un sesto rispetto alle tradizionali bielle in titanio, resta comunque circa sei volte superiore a quello delle bielle in acciaio.
Per quanto riguarda gli attriti meccanici il confronto con il motore 4 cilindri di base (con bielle in acciaio) ha rivelato un guadagno di circa 1.5CV; a questo va chiaramente aggiunto il fatto che a parità di affidabilità la maggior leggerezza del componente consente regimi di rotazione maggiori permettendo al motore di sviluppare potenze più elevate.
Si riporta infine l’originale esempio a biella madre più belletta proposta dall’ing. Giovanni Mariani per il moderno bicilindrico VGM da lui stesso progettato per una moto da supermotard.
In passato questa configurazione era stata utilizzata in alcuni motori di aviazione (vedi il famoso motore a stella 14 cilindri, con 2 bielle madri che trascinavano ognuna 6 biellette), in diversi 2 tempi motociclistici a cilindri sdoppiati e in auto da competizione a tre bancate (biella madre più 2 biellette).
L’inusuale schema prevede che nel motore VGM di 650cc in esame la biella della bancata posteriore non sia collegata direttamente al perno di manovella ma si articoli, tramite un apposito perno da 18mm in due “orecchie” ricavate nella testa dell’altra biella.
Questo schema consente di realizzare le due bancate sullo stesso piano con un unico perno di manovella, a vantaggio della compattezza trasversale del motore.

Figura 23: Schema biella madre e bielletta con le bielle in titanio con rivestimento al TiN, realizzato da Poggipolini su specifiche dell’ing.Mariani.
I due componenti, a sezione ad I e ricavati dal pieno visti gli scarsi volumi, sono realizzati con il già più volte citato rivestimento al TiN che nel caso specifico ricopre però l’intera superficie sia di biella madre che di bielletta.
·
Valvole:
Si tratteranno qui le classiche valvole a fungo di aspirazione e
scarico comandate dai relativi alberi a
camme (tramite punterie, bilancieri o aste) comunemente adottate nei motori a
quattro tempi.
Questo componente fa parte della distribuzione, è generalmente
collocato nella testata (soluzione attualmente generalizzata ma non l’unica
possibile) ed ha la funzione di regolare il passaggio dei gas durante le fasi
di aspirazione e lavaggio della camera.
Le valvole sono costituite da:
- STELO O GAMBO: è la parte cilindrica allungata che scorre
strisciando nella relativa sede, che ha funzione di guida.
Nella parte alta vi sono ricavate una o più scanalature per
l’alloggiamento dei semiconi (o più raramente semianelli) che consentono il vincolamento della valvola al piattello o al bicchierino.
Il ritorno in posizione è generalmente garantito da una molla
elicoidale che agisce sul piattello (nel caso di valvole con comando a molla) o
da relativo bilanciere nelle distribuzioni desmodromiche.
In alternativa esistono infine anche sofisticati sistemi a comando
pneumatico (utilizzati in F1 e su alcune moto da competizioni) che consentono
il raggiungimento di elevatissimi regimi di rotazione.
Lo strisciamento di questa porzione di valvola nella relativa sete
rende estremamente gravose le condizioni di esercizio del gambo che deve quindi
possedere un’elevata durezza e resistenza all’usura
- TESTA O FUNGO: è la parte inferiore della valvola a contatto
con le sedi (ricavate nella testata) con funzione di tenuta.
Ha forma circolare (anche se in passato sono state sperimentate valvole
con fungo ellittico) ed appoggia sulla sede tramite una superficie conica
evitando l’ingresso o la fuoriuscita dei gas.
Le valvole sono soggette a condizioni di funzionamento estremamente
severe non solo a causa delle forze inerziali dovute al moto alterno e dello
strisciamento dello stelo ma anche per i
violenti urti con le sedi, le alte temperature di esercizio (soprattutto
per le valvole di scarico) e le forti pressioni che agiscono sulla superficie
inferiore del fungo affacciata alla camera di combustione.
La geometria e la composizione del materiale devono quindi assicurare
non solo leggerezza (per ridurre le sollecitazioni inerziali) e resistenza
(agli urti) ma anche un efficace dispersione termica (per contrastarne
l’eccessivo riscaldamento).
A questo fine diversi produttori di motori a combustione interna (in
campo motociclistico si ricorda BMW sull’ultima versione della GS1200)
utilizzano per le valvole di scarico degli steli cavi riempiti di sodio
metallico, caratterizzato da una conducibilità termica superiore a quella
dell’acciaio.
La scelta del numero e della disposizione delle valvole dipende da
molti fattori.
Nel caso dei motori a medio-alta potenza
specifica lo schema più diffuso è comunque quello delle quattro valvole per
cilindro disposte a due a due parallele su
piani inclinati tra loro (generalmente di 20°-40° nei motori moderni).
Per motori meno esasperati esistono comunque soluzioni a due, tre (vedi
Ducati con il celebre desmodue ed il recente desmotre ) e cinque valvole (attualmente impiegato da Yamaha sull’intera gamma sportiva e nelle competizioni GP1
fino al 2003 e da Ferrari sul modello 360 Modena ed
in passato anche in F1).
Tra le disposizioni alternative si ricorda quella radiale (le due
valvole di ciascuna coppia sono inclinate tra loro) attualmente impiegate nei 4
cilindri MV Agusta per necessità geometriche nelle
distribuzioni a 5 valvole.
L’impiego di titanio in alternativa all’acciaio per la realizzazione di
questo componente si rivela estremamente vantaggiosa nei motori di elevate
prestazioni grazie soprattutto alla maggiore leggerezza (che come per le bielle
limita i carichi inerziali) e alle buone doti di resistenza termica e all’usura
da strisciamento conseguibili con opportuni trattamenti.
Il comportamento tendenzialmente elastico del titanio rende inoltre
meno gravosi i continui urti tra sede e fungo garantendo una efficace tenuta.
Punto debole è invece il basso coefficiente di conducibilità termica
che non ne preclude comunque l’utilizzo.

Figura 24: Scorcio della testata 16
valvole che equipaggia la recente Kawasaki ZX10R. Si notano nella parte
inferiore le coppie di valvole di scarico in titanio (di colore chiaro) , più
piccole rispetto a quelle di aspirazione in acciaio (più scure in alto).
Le classiche leghe utilizzate per questi componenti sono la Ti6Al4V, la
62S (Ti6Al2Fe0.1Si) e la più economica AT6 (Ti5.8Al1.8FeCrSi) mentre per le più critiche valvole di
scarico si possono utilizzare le migliori leghe IMI 834 (inglese) e Ti1100
(americana).
In ogni caso la formatura del componente può avvenire per forgiatura (che richiede in genere più passate) o con
processi di fusione a cera persa (investment-cast).
Per entrambe è richiesta una successiva lavorazione ad utensile che
conferisce le dimensioni definitive al componente.

Figura 25: A destra una valvola in
titanio realizzata da Poggipolini lavorata ad
utensile, trattata e pronta al montaggio. A sinistra il grezzo di fucinatura da
cui è stata ottenuta.
Da notare che nel caso della forgiatura (che
come noto garantisce proprietà meccaniche superiori per l’incrudimento indotto
nel materiale) la perdita di materiale dal lingotto di partenza possono
arrivare al 30% a causa del maggiore volume delle “bave” prodotte dallo
stampaggio che devono essere rimosse all’utensile.
In generale le maggiori difficoltà legate all’uso delle leghe di
titanio nella realizzazione di valvole derivano dalla più volte citata
reattività a caldo e dalla scarsa resistenza all’usura da strisciamento, quest’ultima particolarmente gravosa nella zona di contatto
tra lo stelo e sede.
Queste problematiche sono peraltro gestibili con opportuni trattamenti
termici e rivestimenti mirati, come già visto più nel dettaglio nel caso delle
bielle.
A questo scopo sono stati sperimentati diversi riporti per la zona del
gambo di cui si presentano a seguito due esempi.

Figura 26: Diversi tipi di rivestimenti
superficiali per il gambo. A sinistra una realizzazione al TiN, riconoscibile dal caratteristico
color oro, proposta dallo specialista
emiliano Achille Fabbri, in questo casa visibilmente danneggiata nella
zona superiore (priva di trattamento) a contatto con la camma. A destra due
delle quattro valvole realizzate da Poggipolini per
la monocilindrica Husqvarna 630SM, con un non
specificato riporto superficiale di colore verde scuro.
Le tecnologie di sinterizzazione sviluppate per gli acciai proprio per
ridurre gli scarti di produzione non hanno avuto successo per le leghe di
titanio, probabilmente a causa della porosità residua che si ha con questa
tecnologia che rende ancora più critica la resistenza a corrosione del
materiale (la porosità interconnessa mette di fatto a contatto con l’atmosfera
ossidante anche l’interno del materiale con ovvie conseguenze).
Interessanti studi sono in atto da diversi anni per la produzione di
valvole di scarico (termicamente più sollecitate) composite in titanio tramite
processo CastCom che permette di realizzare lo stelo
in lega di titanio Ti6Al4V e la parte inferiore fungo in Ti3Al, con
un rivestimento di carburo di titanio per il fungo.

Figura 27: Valvola di scarico prodotta con tecnologia CastCom;
Questa particolare tecnologia consente di localizzare nella zona maggiormente sollecitata termicamente (il fungo), le migliori caratteristiche del materiale e consente quindi l’utilizzo della più tradizionale lega Ti6Al4V senza trattamenti termici aggiuntivi per lo stelo valvola.
Si accenna ora ad altri componenti accessori del sistema di
distribuzione realizzabili in titanio.

Figura 28: Vista d'assieme degli elementi che compongono un tipico sistema di richiamo valvola. Nella foto all’estrema destra i semiconi, vincolati alle scanalature visibili nella parte superiore degli steli valvola (a sinistra). Questi permettono il vincolamento alla valvola dello scodellino (alla destra della molla elicoidale), il cui foro interno è lavorato con la stessa conicità dei semiconi. Al centro la molla di richiamo, in questo caso singola a passo costante, la cui estremità superiore (in moto alterno assieme alla valvola) si appoggia alla superficie inferiore dello scodellino. Alle sinistra della molla si vede la punteria a bicchiere interposta tra camma e stelo valvola con il dischetto di calibrazione (appena sopra) a diretto contatto con il lobo, come mostrato nel disegno d’assieme a destra.
- MOLLE di RICHIAMO: per quanto
riguarda la produzione in acciaio (legato, generalmente al Cr-Mo,
Cr-Si e Cr-V) quelle di
tipo elicoidale hanno ormai completamente sostituito le funzionali ma
ingombranti molle a spillo, in voga fino agli anni ’50.
Hanno il difficile compito di assicurare la completa chiusura delle
valvole di aspirazione e di scarico anche agli alevati
regimi di rotazione (a cui i tempi di chiusura sono dell’ordine del centesimo
di secondo) con ingombri minimi, in modo da poter essere montate nelle moderne
e complesse testate plurivalvole.
Per ottenere ciò sono state sperimentate differenti soluzioni, tra cui
molle elicoidali a passo variabile (con caratteristica elastica progressiva),
ad avvolgimento tronco conico (per ridurre le masse non sospese) e anche molle
a sezione ovoidale.
La soluzione più vantaggiosa ed utilizzata si è dimostrata comunque
quella delle doppie molle coassiali che sono state prodotte anche in titanio.

Figura 29: Molla valvola elicoidale in
titanio, in questo caso di tipo singolo a passo costante.
Le leghe generalmente utilizzate sono di tipo beta (Ti22V4AlSn o Timetal 21S in forma di fili estrusi) che garantiscono
buone proprietà elastiche e consentono, grazie al minor peso, di raggiungere
regimi di rotazione più elevati e di adottare profili di camme più radicali
(riducendo quindi il tempo di apertura e chiusura della valvola a parità di
alzata);
- SCODELLINI : sono degli
elementi discoidali simili ad una rondella sagomata con funzione di appoggio o
ritegno delle molle di richiamo.
In alternativa ai tradizionali in acciaio legato possono essere realizzati
in lega Ti6Al4V ( quando ottenuti per forgiatura o
lavorazione meccanica) o leghe beta (se stampati a freddo);

Figura 30: Scodellino in titanio per molle valvola.
- SEMICONI: sono i due elementi amovibili che vincolano lo stelo della valvola allo scodellino della molla.
Sono vincolati contemporaneamente all’alloggiamento conico praticato al centro dello scodellino (spinto verso l’alto dalla molla) e in uno o più canali ricavati nello stelo valvola.
Nelle produzioni moderne hanno sostituito quasi totalmente i semianelli, tuttora presenti nella produzione Ducati.
Anche in questo caso il materiale comunemente usato è l’acciaio me non mancano realizzazioni di specialisti in titanio, a completamento (assieme a molle, bicchierini e valvole) del sistema di distribuzione.
- PUNTERIE: sono l’elemento di collegamento tra il lobo della camma e lo stelo. Le più diffuse sono del tipo a BICCHIERE (dalla forma caratteristica che ricopre in parte la molla di richiamo) ma ne esistono anche a PIATTELLO (a forma di semplice rondella) ed a RULLO, attualmente utilizzate soltanto per i bicilindrici Harley-Davinson.
Anche questo elemento può essere realizzato in lega di titanio, (come del resto il dischetto di calibrazione tra punteria e lobo nel caso non siano presenti altri sistemi di regolazione del gioco valvole) e concorrono quindi alla riduzione delle masse in moto alterno del sistema di distribuzione, fondamentale nei motori ad elevate prestazioni.
· Frizione:
Dispositivo che permette di collegare e staccare motore e cambio, in modo da consentire partenze da fermo progressive e cambi di marcia agevoli.
La coppia motrice viene trasmessa per attrito tra una (vedi BMW) o più coppie (per la quasi totalità della produzione motociclistica) di dischi conduttori e condotti montati in modo alternato.
Le frizioni sono in genere a bagno d’olio per motivi di raffreddamento e rumorosità mentre quelle a secco sono utilizzate nelle competizioni e su alcuni modelli di serie di elevate prestazioni (come l’intera produzione dei motori Ducati a 4 valvole).
Oltre che dai dischi di attrito la frizione è costituita da un elemento cilindrico conduttore (detto CAMPANA, che prende il moto dall’albero a gomiti attraverso la trasmissione primaria) e da uno condotto (MOZZO), vincolato all’albero primario della trasmissione secondaria (cambio).
L’innesto della frizione avviene tramite l’azione di molle precaricate che agendo su un piatto SPINGIDISCO premono tra loro i dischi rendendoli solidali e consentendo la trasmissione della coppia motrice al cambio.
L’azionamento del comando manuale (a filo o idraulico) della frizione muove invece un pistoncino che agisce sulla campana in senso opposto alle molle riducendo così la pressione tra i dischi fino al completo distacco.
I componenti meccanici della frizione (campana, mozzo e spingidisco) sono generalmente fabbricati in lega di alluminio ma si trovano anche realizzazioni particolari di alcuni di questi componenti (soprattutto lo spingidisco, meno sollecitato) in lega di magnesio o ergal.
Un’interessante alternativa è stata proposta da Poggipolini nel 1999 per rispondere alle esigenze dell’azienda slovena MS Production, specialista in materiali di attrito e fornitrice di diversi team nelle competizioni.
Quest’ultima volendo realizzare una frizione motociclistica con dischi di attrito in SICOM (materiale composito a base di carbonio, utilizzato nelle frizioni di F1) necessitava di un’apposita componente meccanica in grado di resistere alle elevatissime temperature di esercizio di questo materiale (resistente fino a 2100°C) senza però rinunciare alla leggerezza delle leghe leggere.
Poggipolini ha quindi realizzato un’apposita frizione in titanio ricavata dal pieno per fresatura con rivestimento superficiale al TiN per le parti più soggette ad usura per strisciamento, visibile nella foto a seguito.

Figura 31: Complessivo dell'innovativa frizione sviluppata da MS Production in collaborazione con Poggipolini. Si osservano l’asta di azionamento (in basso) e mozzo, campana e spingidisco montati assieme ai tre dischi d’attrito in materiale composito per un peso complessivo di appena 820gr contro i 2.8kg della frizione originale.
·
Radiatore:
Nei moderni motori con raffreddamento a liquido ad elevate prestazioni
sono uno degli elementi accessori di maggior ingombro ed importanza.
Sono essenzialmente degli scambiatori di calore tra un liquido
refrigerante (acqua o olio, che prelevano calore dal motore passando attraverso
opportune canalizzazioni) e l’aria (atmosferica, a cui viene ceduto parte del
calore).
I radiatori motociclistici (fino a tre a seconda dei casi) sono
generalmente posizionati nella zona anteriore del veicolo tra motore e ruote e
sono spesso dotati di elettroventola per lavorare in
regime di convezione forzata anche a moto ferma.
Non mancano comunque disposizioni alternative come i doppi radiatori
laterali impiegati su alcune Honda bicilindriche
(vedi VTR 1000) e sulla recente Benelli TNT 1130 o
addirittura posteriori, sotto il codone, soluzione
estremamente originale sperimentata negli anni ’80 nelle competizioni ed
attualmente adottata da Benelli sul modello Tornado
900.
La struttura tipica di un radiatore è costituita da due vaschette
(generalmente verticali e laterali) collegate da una fitta serie di tubetti
trasversali, a loro volta a contatto tra di loro tramite delle sottili lamine
ripiegate su se stesse che massimizzando l’area di contatto tra il metallo
(riscaldato dal fluido circolante) ed il flusso d’aria fresca ne garantiscono
un’elevata efficienza.
Il flusso d’acqua o di olio è garantito da apposite pompe azionate dal
motore stesso e permette al radiatore di lavorare sempre con un elevato
gradiente termico (necessario per garantire alti rendimenti).
Il materiale generalmente usato per la costruzione è l’alluminio,
grazie soprattutto ella leggerezza e all’elevata conducibilità termica.
Lascia invece un po’ perplessi l’utilizzo del titanio, non tanto per la
complessità costruttiva, (già notevole nel caso delle leghe di alluminio)
quanto per la natura tendenzialmente isolante del materiale.
Si riporta comunque la pregevole realizzazione proposta da NCR in
collaborazione con Poggipolini per una meccanica
Ducati quattro valvole.

Figura 32: Sistema di raffreddamento a
liquido realizzato in titanio da Poggipolini. Nella
parte superiore si nota il grosso radiatore dell’acqua a doppia inclinazione
ottenuto per saldatura di lamierini stampati. Quello più piccolo in basso è il
radiatore dell’olio. I due circuiti sono ovviamente separati ed alimentati da
due pompe azionate dal motore stesso.
·
Impianto di scarico:
Comprende il lungo e spesso contorto tubo che collega i collettori di
scarico al silenziatore ed il silenziatore stesso.
Non è soggetto a particolari carichi anche se può raggiungere
temperature considerevoli nella zona in prossimità dei cilindri (ma anche oltre
nel caso siano presenti dispositivi catalitici) ma ha una considerevole
influenza sulla massa complessiva del veicolo.
Mentre per la struttura di rivestimento del silenziatore si ha la
possibilità di sostituire il tradizionale acciaio (spesso inox)
con diversi tipi di materiale (prevalentemente alluminio o fibra di carbonio)
per la parte calda del collettore di scarico l’unica valida alternativa per la
riduzione dei pesi è
proprio il titanio che può però comportare notevoli difficoltà di
realizzazione nel caso di collettori dall’andamento contorto, come spesso
avviene in campo motociclistico.
A dimostrazione di ciò si ricorda che persino le ultime Honda ufficiali 500 a due tempi da GP utilizzavano il
titanio per i due scarichi alti rettilinei sotto il codone
ma l’acciaio inox per quelli inferiori,
dall’andamento complesso e difficilmente realizzabili anche a mano da tecnici
estremamente esperti.

Figura 33: Scarichi dei due cilindri posteriori di un motore 500 a due tempi da gran premio. Si nota l'estrema complessità della realizzazione dovuta sia alla curvatura del collettore che alla pronunciata conicità, indispensabile nei motori a due tempi per ottenere elevati rendimenti volumetrici.
La realizzazione di condotti a sezione variabile è generalmente eseguita tramite calandratura e successiva saldatura longitudinale.
Con la calandratura una sottile lamiera (nel caso del titanio le moderne tecnologie consentono di lavorare spessori di appena 4mm) viene piegata attorno ad un cono come mostrato sotto.

Figura 34: Calandratura di una lamiera di titanio per la realizzazione di un'espansione di un motore due tempi.
La chiusura del cono richiede poi un cordone di saldatura continuo longitudinale che può essere fatto manualmente con le tecniche di saldatura sotto vuoto precedentemente analizzate o in automatico con macchinari che lavorano in atmosfera ma con intensi flussi di gas inerte.

Figura 35: Saldatura automatica in atmosfera. Questa tecnologia, specifica per le leghe di titanio in fase di sviluppo presso l'italiana SITO di Monticello d'Alba, consente la realizzazione estremamente rapida e precisa di cordoni di saldatura rettilinei. Si notano i numerosi ugelli che inviano il gas inerte nella zona di saldatura sia all’esterno che all’esterno del collettore.
Nel caso di motori a 4 tempi l’assenza dell’espansione (il collettore mantiene un diametro circa costante) ne semplifica in parte la realizzazione ma questo rimane comunque uno dei componenti saldati di maggiore complessità costruttiva e richiede tecnici altamente specializzati oltre che gli adeguati strumenti, come visto in precedenza.
Il processo produttivo passa attraverso il taglio, la tradizionale piegatura (eseguita a mano con apposite presse o in automatico da macchinari a controllo numerico) e la saldatura, eseguita manualmente in atmosfera inerte con le tecnologie TIG, MIG già descritte.

Figura 36: Pressa per la piegatura manuale (foto a sinistra) in confronto ad un più moderno macchinario a controllo numerico (a destra). Nel secondo caso non è richiesto alcun intervento da parte dell'operatore, che deve soltanto provvedere all'introduzione del tubo rettilineo nel macchinario.
A livello industriale la produzione di scarichi in titanio rimane comunque principalmente riservata a prodotti after market per l’elaborazione di veicoli di serie anche se da alcuni anni le principali case giapponesi stanno sviluppando specifiche tecnologie di piegatura e saldature di tubi e lamiere di titanio che adottano anche su veicoli di serie di alte prestazioni.
Ci si riferisce principalmente alle supersportive di grossa cilindrata (Yamaha R1 e la gamma GSX-R della Suzuki) ed alle ultime 4 tempi da cross ed enduro (Yamaha YZ 450F e Honda CR 450F), che hanno nell’estrema leggerezza uno dei principali requisiti di progetto.

Figura 37: Impianto di scarico completo del tipo 4 in 2 in 1, configurazione tipica nei motori 4 tempi con architettura 4 cilindri in linea e frequentemente utilizzata dai costruttori giapponesi. Yamaha e Suzuki ne prevedono la completa realizzazione in titanio per i modelli R1 e GSX-R.
Nel caso di collettori a sezione costante si utilizzano le tradizionali tecnologie di piegatura a partire da tubi estrusi e, come peraltro evidente dalla foto sopra, l’intero collettore è ottenuto tramite saldatura su piani trasversali di più tratti curvi e rettilinei.
Per ragioni di semplicità costruttiva l’intera struttura è inoltre generalmente costituita da diversi blocchi separati e tenuti assieme da molle di trazione; nella foto sopra (che si riferisce ad un Kit di elaborazione per il modello sportivo Honda CBR1000RR) i componenti sono addirittura nove ma generalmente si realizzano impianti con due o tre elementi separati.
·
Carter motore:
Di fatto è una scatola metallica in cui sono alloggiati o sostenuti gli
organi in movimento del motore. Ha essenzialmente una funzione di protezione di
questi ultimi e, nel caso più diffuso di carter umido (Aprilia
è tra i pochi costruttori ad adottare il carter secco per il suo bicilindrico
RSV1000) raccoglie l’olio del sistema di lubrificazione che scende per gravità
dagli organi superiori del motore.
Nella produzione di carter motociclistici le leghe di alluminio (o
addirittura di magnesio per i coperchi laterali) si sono ormai da tempo
sostituite alle più economiche ghise grazie alla maggiore leggerezza, buona
conducibilità termica e versatilità nei processi di fonderia.
L’uso del titanio è invece fortemente inibito dalla complessità delle
tecnologie di fusione necessarie alla realizzazioni di questi componenti (vedi
Investment Casting paragrafo 1.7 nella prima sezione).
La scarsa conducibilità termica delle leghe di titanio può inoltre
rendere problematica la dissipazione del calore con ovvie conseguenze
sull’efficienza dell’impianto di lubrificazione.
Alcune sperimentazioni sono comunque state effettuate da Poggipolini che ha realizzato in fusione per gravità dei
carter completi per motori Ducati due valvole.

Figura 38: Semicarter destro Ducati, si
nota l'elevata complessità del componente, legata anche alla funzione
strutturale di queste unità, che ne richiede quindi un'accurata nervatura
interna di irrigidimento. Il carter completo si ottiene dall’unione tramite
viti mordenti delle due metà e dei coperchi laterali.
Tra i componenti ausiliari del carter motore realizzabili in Titanio si
ricordano i coperchi laterali e, per i modelli non dotati di avviamento
elettrico, la leva kickstarter.

Figura 39: Coperchio frizione in lamierino di titanio saldato (a sinistra) e leva di avviamento a pedale, a destra sempre in titanio, realizzati da Poggipolini per il modello Husqvrna 630SM.
2.4.COMPONENTISTICA CICLISTICA:
Verranno qui
esaminati tutti gli elementi strutturali ed accessori per i quali è stato sperimentato l’utilizzo
delle leghe di titanio.
·
Telaio e accessori:
Il telaio costituisce la
struttura portante della moto, con funzione di supporto per motore, sella,
serbatoio e carrozzeria e attraverso le sospensioni è collegato alle masse non
sospese (ruote e parte delle sospensioni stesse).
Rappresenta una delle
componenti tecnicamente ed esteticamente più caratterizzanti di una moto e deve
possedere elevate doti di rigidezza, solidità e leggerezza.
Come accennato
nell’introduzione l’impiego di telai in titanio nelle competizioni è da anni
vietato dalla Federazione Internazionale.
Questo
divieto non vale per componenti accessorie quali telaietti
reggisella, staffe e supporti vari e non è comunque esteso ai veicoli di serie
di normale produzione.
I tipici materiali
utilizzati sono l’alluminio (estremamente versatile per processi di estrusione,
fusione e forgiatura) e l’acciaio (per lo più in
strutture tubolari).
L’utilizzo del titanio in
questo ambito è per lo più limitato alle sopraccitate componenti accessorie
mentre la realizzazione di interi telai tubolari in questo materiale, pur
consentendo considerevoli guadagni in peso (5-7Kg per moto stradali) è da
ritenersi una realtà esclusivamente artigianale
Decisamente più diffuso è
invece l’utilizzo di questa tecnologia per la realizzazione di telai per
biciclette, la cui produzione annua nazionale è di circa 3000 unità; per
maggiori notizie si rimanda al sito del corso, alla pagina: http://www.ing.unitn.it/~colombo/telai/Index.htm.

Figura 40: Nella foto a sinistra il telaietto reggisella in titanio (di colore scuro) a confronto con l'originale in lega di alluminio (chiaro). Nella foto di destra lo stesso componente montato sul modello MV Agusta F4, oggetto di numerose modifiche da parte dei tecnici Poggipolini.
I rari telai
motociclistici in titanio sono per lo più realizzati in forma di strutture
tubolari partendo da tubi estrusi in Ti6Al4V o Ti3Al2.5V
(più facilmente lavorabile) di vario diametro (tipicamente tra i 19 e i 22mm e
spessori anche inferiori al millimetro) collegati per saldatura ad arco.
Eventuali tubi di
maggiori dimensioni si possono anche ottenere per piegatura di lamiera e
successiva saldatura, come nel caso del trave centrale di 60mm di diametro
(spessore di 1,5mm) realizzato per il telaio di una Husqvarna
630 da Supermotard, riportato nella foto sotto.

Figura 41: Telaio completamente
realizzato in lega di titanio Ti6Al4V da Poggipolini
per il modello Husqvarna 630SM. Si nota il trave
centrale di grosso diametro ottenuto per piegatura e saldatura longitudinale di
lamiera.
Questo telaio è
realizzato con la lega Ti3Al2,5V, caratterizzata da un’ottima lavorabilità,
buona saldabilità ed una resistenza di 800Mpa dopo
trattamento termico.
Gli estrusi secondari
utilizzati hanno diametri di 19 e 22mm con spessori rispettivamente di 0.89 e
1,2mm e portano il peso complessivo del telaio a soli 4kg, contro i circa 9kg
del telaio originale in acciaio.
Tutte le saldature sono
effettuate con tecnologia TIG.
L’intera struttura viene
infine sottoposta a trattamento termico di solubilizzazione
e invecchiamento a 660°C per circa 4 ore e quindi raffreddato in aria.
Durante questa fase si
pone particolare attenzione alle distorsioni termiche, che vengono generalmente
impedite da robuste intelaiature ausiliarie come si vedrà meglio più avanti.
Stesso discorso per il telaietto reggisella mostrato nell’immagine a seguito,
smontabile e collegato alla struttura principale tramite bulloni.

Figura 42: Telaietto posteriore in titanio realizzato da Poggipolini per il modello Husqvarna 630SM.
Il peso del componente è di appena 1120gr contro i 1950 della struttura originale in acciaio (-42.5%).
Altra realizzazione di
grande pregio, sempre di Poggipolini, è il telaio in
traliccio di tubi del prototipo NCR Macchianera su
base meccanica Ducati 4 valvole, presentato al recente salone di Milano.

Figura 43: NCR Macchianera con telaio interamente in Titanio grado 9 realizzato da Poggipolini.
Il materiale utilizzato è
il titanio grado 9 e riprende le
geometrie di quello impiegato sulle Ducati ultime Ducati 998 con l’aggiunta di
due elementi centrali di irrigidimento imbullonati nella parte centrale.
I diametri sono maggiori
rispetto al componente originale (in acciaio al cromo molibdeno) e di 25-28 e
33 mm a seconda delle zone, per un peso di soli 4.55 kg, comprensivo del telaietti reggisella (470gr), contro gli oltre 10 Kg della
struttura originale.
L’utilizzo di questo e di
numerosi altro componenti in lega di titanio hanno consentito ai tecnici della
NCR di realizzare un prototipo del peso di soli 135kg, valore sensazionale se
confrontato con gli oltre 190kg dei pur raffinati modelli Ducati di uguale
meccanica.
Tra i componenti
accessori della ciclistica con funzione strutturale si ricordano infine i
supporti pedana, spesso oggetto di realizzazioni artigianali in lega di
alluminio, ergal, magnesio, carbonio e, appunto,
titanio.
Un’interessante
realizzazione è proposta da Poggipolini in
sostituzione ai supporti pedana regolabili in lega di alluminio che
equipaggiano la produzione MV AGUSTA (F4 750/1000 e Brutale).

Figura 44: Supporto pedana destro in titanio per moto MV Agusta.
Questo componente, come intuibile dalle forme arrotondate, viene ottenuto in pezzo unico per stampaggio a caldo con successiva lavorazione meccanica e non richiede quindi nessuna operazione di saldatura.
Sempre in merito alla zone dei comandi a pedale sono generalmente oggetto di alleggerimento da parte dei preparatori anche le leve freno e cambio e in alcuni casi le pedane stesse. Per questi componenti si trovano realizzazioni in diversi tipi di leghe di alluminio e magnesio oltre che in ergal.
A seguito si riportano degli esemplari realizzati da Poggipolini in lega di titanio Ti6Al4V.

Figura 45: Pedana e leva cambio in lega di titanio realizzate da Poggipolini per il modello Husqvarna 630SM.
·
Forcellone:
Nelle sospensioni posteriori a schema convenzionale è l’elemento che
collega il telaio (a cui è vincolato per mezzo di un’asse e di due cuscinetti a
rullini o a strisciamento) al mozzo della ruota posteriore.
Lo schema più classico prevede un doppio braccio, (spesso asimmetrico
in funzione della disposizione di catena, pinza freno, attacco ammortizzatore e
collettore di scarico), ma hanno avuto una certa diffusione anche le
realizzazioni monobraccio, inizialmente introdotte
per velocizzare le operazioni di cambio ruota nelle gare di endurance
e quindi diventati di moda per ragioni principalmente legate al design.
Nelle moderne realizzazioni le leghe di alluminio hanno quasi
totalmente sostituito il pesante acciaio consentendo una importante riduzione
delle masse non sospese. Sono inoltre stati proposti forcelloni
in lega di magnesio (anche di serie su alcune versioni dei modelli F4 e Brutale
di MV Agusta) e in fibra di carbonio (Aprilia per prima negli anni ’90 sulle proprie 250 da GP e
oggi disponibili anche sul mercato come accessori after market).
Meno diffuse le realizzazioni in lega di titanio di cui si riportano
comunque due esempi disponibili nel catalogo Poggipolini.
Il primo riguarda un forcellone libraccio per
il modello Husqvarna 630SM.

Figura 46: Forcellone in titanio realizzato da Poggipolini per il modello Husqvarna 630SM.
La struttura è realizzata in lamiera e tubi (per i perni) saldati con tecnica TIG.
Nella foto si notano le capriate di irrigidimento provvisoriamente saldate alla struttura principale
per evitarne le distorsioni durante i trattamenti termici di stabilizzazione, del tutto analoghi a quelli
appena descritti per il telaio.
Questi elementi, ovviamente sempre in lega di titanio, verranno poi tranciati per ottenere il componente definitivo, visibile sotto.

Figura 47: Forcellone posteriore in titanio.
Il secondo esempio, ancora più raffinato nella realizzazione, riguarda un forcellone monobraccio interamente realizzato in titanio da Poggipolini per il modello MV Agusta F4.

Figura 48:Forcellone montato. Si notano la porzione superiore tubolare e quella inferiore scatolata. Su quest’ultima, osservando attentamente, sono anche visibili i cordoni di saldatura verticali che rivelano la presenza delle traverse interne di irrigidimento, descritte a seguito.
La realizzazione in titanio di questo componente ha consentito un risparmio di circa il 50% rispetto alla già leggerissima unità in magnesio che equipaggia la F4 serie oro.
Come si vede dall’immagine la struttura è costituita da una parte inferiore scatolata in lamiera saldata (in cui sono inseriti il perno di collegamento al telaio e la flangia portamozzo ricavata dal pieno) e da una struttura superiore di rinforzo in tubi, anch’essa saldata, che consente il passaggio della catena al suo interno.
Particolare attenzione è stata riservata alla costruzione delle dime in alluminio su cui sono vincolati i principali elementi di riferimento del componente: perno telaio, portamozzo, attacchi del cinematismo dell’ammortizzatore.

Figura 49: Dime preparate per la prima parte della realizzazione del forcellone. Si notano, già in posizione i principali vincoli geometrici della struttura ed il laminato sagomato che costituirà la parte inferiore della struttura scatolata.
Molto interessante anche la lavorazione interna di irrigidimento della struttura scatolata.

Figura 50: Il forcellone scatolato in titanio per il modello MV Agusta F4 in fase di lavorazione nelle officine Poggipolini.
Si notano all’interno le quattro traverse saldate al guscio scatolato e le generose forature di alleggerimento.
Quella inferiore in particolar modo permette il passaggio di un tubo del diametro di circa 20mm che attraversa longitudinalmente l’intero forcellone (visibile nella foto di destra).
Quest’ultimo ha la doppia funzione di irrigidimento e di guida del condotto idraulico di comando della pinza freno posteriore che, caso unico in campo motociclistico, viene fatto passare all’interno della struttura del forcellone.
Come per altre realizzazioni già esaminate il componente viene sottoposto dopo lavorazione a trattamento termico di stabilizzazione; per questo viene montata una struttura provvisoria di irrigidimento per limitare le distorsioni dovute ai gradienti termici (si ricorda che tali trattamenti sono condotti da temperatura ambiente a 660°C con raffreddamento in aria).

Figura 51: Forcellone pronto per il trattamento di stabilizzazione in forno. Si notano nella parte inferiore della foto (dove passerà la ruota posteriore) i due puntoni che limitano le distorsioni termiche.
Al termine delle operazioni la struttura provvisoria viene
eliminata e vengono eseguite le ultime operazioni di rifinitura che portano al
pezzo finito.
·
Piastre forcella:
Sono generalmente due, una superiore ed una inferiore al canotto di
sterzo ed hanno funzione di collegamento tra i foderi delle forcelle (o gli
steli nel caso di forcelle tradizionali) ed il telaio.
Su di esse sono ricavate delle sedi cilindriche in cui si vanno ad
inserire le forcelle poi serrate con bulloni, risultando quindi solidali
all’impianto sterzante.
Il dimensionamento di questi componenti oltre a alcuni dei principali parametri ciclistici
dell’avantreno (off-set, interasse e avancorsa) deve
garantire resistenza alle elevate
sollecitazioni a flessioni indotte dall’avantreno.
Tipici materiali costruttivi sono le leghe di alluminio e, soprattutto
nelle competizioni, le leghe di magnesio con tecnologie di fusione o forgiatura.
Meno diffuso l’uso di titanio (che pure consente una riduzione di peso
del 20% rispetto al già leggerissimo magnesio), che è in genere limitato a
realizzazioni artigianali con tecniche di saldatura di elementi in lamiera, più
versatile rispetto a forgiatura o fusione per i
piccoli lotti, soprattutto in relazione alle specifiche difficoltà di fusione
del titanio.

Figura 52: Piastra di sterzo realizzata
da Poggipolini per Husqvarna
630SM, si notano le giunzioni ottenute per saldatura certosina di tubi e
lamiere.
La struttura sopra è ottenuta tramite saldatura di due elementi
tubolari che abbracciano i foderi della forcella con un componente centrale scatolato, anch’esso saldato.
La lega per questo componente (e la relativa piastra superiore) è la
Ti6Al4V e lo spessore dei lamierini impiegati per la struttura scatolata dello spessore di 0,9 e 1,2mm.
Altra metodologia costruttiva per le piastre sterzo è quella di
ottenere l’elemento centrale per stampaggio a caldo aggiungendo poi tramite
saldatura delle opportune nervature di irrigidimento.
Questa tecnica è stata utilizzata da Poggipolini
per la realizzazione delle piastre di sterzo utilizzate per il modello MV Agusta F4 già accennato.

Figura 53: Piastra di sterzo superiore in titanio realizzata da Poggipolini per il modello MV Agusta F4. Si notano nella parte inferiore (foto destra) le nervature di rinforzo saldate alla struttura principale stampata. Saldati anche i braccetti di collegamento per l’ammortizzatore di sterzo trasversale.
Altro componente accessorio dello sterzo realizzabile in titanio sono i
semimanubrio, di cui si riporta ad esempio una pregevole realizzazione di Poggipolini a sezione variabile.

Figura 54: Semimanubrio in titanio a
diametro variabile.
·
Aste forcella:
Note anche come steli forcella, sono gli organi meccanici cilindrici che
scorrono all’interno dei foderi (generalmente guidati da boccole) permettendo
il moto delle sospensioni.
Nelle forcelle a steli tradizionali (prevalentemente utilizzate nel
fuoristrada) sono rigidamente vincolate alle piastre forcella e, rispetto al
telaio, possono solo ruotare attorno all’asse di sterzo (influiscono quindi
come masse sospese del veicolo).
Nelle forcelle a steli rovesciati, molto più diffuse tra i modelli
stradali, le aste sono invece solidali al mozzo ruota e lavorano quindi come
masse non sospese.
La loro funzione principale è quindi quella di guidare il moto relativo
con i foderi garantendo allo stesso tempo precisione e scorrevolezza.
Questo si ottiene imponendo tolleranze dimensionali estremamente severe
e realizzando rivestimenti superficiali di elevata durezza e quindi basso
coefficiente di attrito.
Durante il moto inoltre nella zona di contatto tra pneumatico anteriore
e strada si generano forze di grande intensità che vengono trasmesse al telaio
attraverso le forcelle.
Solo la componente parallela agli steli viene parzialmente smorzata
dall’azione idraulica del gruppo molla ammortizzatore, mentre quella ortogonale
va a inflettere aste e foderi che devono quindi
essere debitamente dimensionati.
Il materiale più utilizzato per la loro fabbricazione è l’acciaio
grazie agli alti valori di modulo elastico e resistenza intrinseci che
consentono di realizzare rivestimenti superficiali di durezza ancora maggiore.
Lo sviluppo di appropriati trattamenti termici e rivestimenti ha però
consentito di estendere l’uso delle leghe di titanio anche a queste gravose
applicazioni, superando i limiti di durezza e flessibilità del materiale già
citati della prima sezione (vedi rivestimenti PVD paragrafo 1.8.), con
importanti vantaggi nella riduzione delle masse non sospese nelle forcelle a
steli rovesciati.
A seguito è riportato uno dei rari esempi di aste forcella realizzati
in titanio; si tratta di un’unità a steli rovesciati realizzata da Poggipolini per il modello Husqvarna
630SM.

Figura 55: Asta forcella in titanio, si nota chiaramente il rivestimento PVD al TiN, utilizzato in molti altri componenti in titanio per aumentarne la durezza superficiale. Oltre alle canne anche diversi elementi interni (non specificati) della cartuccia sono stati realizzati in lega di titanio, sempre con l’obbiettivo di ridurre le masse non sospese degli steli.
·
Molla ammortizzatore:
Elemento elastico elicoidale costituito da un filo metallico avvolto a
spirale.
Ha la funzione di permettere il ritorno alla posizione originale della
sospensione dopo l’applicazione di un carico.
Per fare ciò la molla accumula energia elastica durante la fase di
compressione cedendola sotto forma di energia cinetica durante l’estensione.
Parte di questa energia viene dissipata per attrito viscoso dalle
componenti idrauliche (che agiscono principalmente nella fase di ritorno) in
modo da limitarne l’eccessivo “rimbalzo”.
Il materiale più utilizzato per la realizzazione di molle elicoidali è
l’acciaio, grazie all’elevato modulo elastico che ne garantisce un’ottima
efficienza.
Da sottolineare che a seconda dello schema cinematico
dell’ammortizzatore una parte più o meno grande del peso della molla figura
come massa non sospesa ed ha quindi una marcata influenza sulle caratteristiche
dinamiche del veicolo.
Per questo motivo sono state condotte diverse sperimentazioni su
materiali alternativi all’acciaio che hanno delineato il Titanio come unica
valida alternativa al più economico ma pesante acciaio.

Figura 56: Molla ammortizzatore posteriore a diametro e passo costante realizzata da Poggipolini.
Rispetto a quest’ultimo le leghe di titanio,
pur consentendo riduzioni della massa di poco inferiori al 40%, presentano un
modulo elastico decisamente inferiore e quindi una minore rigidezza intrinseca,
caratteristica essenziale per una molla.
Questo problema è stato in parte attenuato con l’utilizzo di leghe in
fase beta (vedi molle di richiamo valvole) che garantisce superiori proprietà
meccaniche a costo di una maggiore fragilità che però non comporta particolari
problemi nelle molle.
Tali considerazioni valgono sia per molle di ammortizzatori posteriori
che per le molle interne delle forcelle anteriori (se di tipo telescopico
ovviamente).
In quest’ultimo caso la notevole escursione
dell’elemento ammortizzante (e quindi l’elevato numero di spire a disposizione)
e l’impossibilità di ottenere cinematicamente un
comportamento progressivo della sospensione hanno favorito una maggiore
diffusione di molle progressive (singole a passo variabile o multiple a passo
differenziato).
La riduzione del peso di questo componente inoltre comporta oltre alla
diminuzione delle masse non sospese (come nel caso della molla posteriore)
anche una certa diminuzione dell’inerzia rotazionale dello sterzo.
·
Mozzo ruota posteriore:
Si definisce come mozzo la arte centrale di un elemento rotante
vincolato all’albero o ad un apposito elemento di supporto (portamozzo)
generalmente riportato per unione o chiodatura (ne esistono anche di integrali,
ricavati cioè direttamente nel materiale della struttura portante).
Su tali elementi è da tempo in atto una intensa ricerca di
alleggerimento che ho portato all’uso di materiali quali leghe di alluminio, ergal e appunto titanio anche su veicoli di serie al fine
di ridurre al massimo l’importante voce delle masse non sospese.
Quello riportato sotto è il mozzo posteriore con relativi accessori
inserito nell’ampio forcellone monobraccio
del modello MV Agusta F4 elaborato da Poggipolini.

Figura 57: Complessivo del mozzo posteriore in Titanio realizzato da Poggipolini.
·
Raggi ruote:
Nelle tradizionali ruote a raggi, (utilizzate su tutte le moto da
fuoristrada e nel supermotard per la maggiore
resistenza agli urti rispetto a quelle a razze in lega leggera) il raggio
costituisce l’elemento di collegamento tra il mozzo ruota ed il cerchione, che
comprende il canale in cui è alloggiato il pneumatico ed è sottoposto a
trazione dalle sollecitazioni trasmesse dal pneumatico.
Il raggio, generalmente realizzato in acciaio estruso, è costituito da
una testa e da un’estremità filettata su cui viene avvitato, in sede di
montaggio, l’apposito nipplo, che ne consente il vincolamento al cerchione.
In alcuni casi (vedi alcuni cerchi per moto da trial per pneumatici tobeless) la testa del raggio può essere fissata ad una
nervatura disposta lungo la circonferenza interna del cerchione; in questo caso
il nipplo vincola l’estremità opposta del raggio al
mozzo ruota, su cui sono ricavate delle opportune cave.
Le realizzazioni in titanio di questo componente sono estremamente rare
e relative comunque a produzioni artigianali o di after market estremamente
esclusive.
Si riporta comunque l’esempio di Poggipolini
che ha equipaggiato delle ruote anteriore (con canale da 3,50”) e posteriore
(con canale da 5”) da 17 pollici con questo componente.

Figura 58: Raggi Poggopolini in lega di Titanio con relativi nipples in ergal anodizzato. Si notano in alto a sinistra la testa, in questo caso conica, che vincola il raggio al cerchione e nell’estremità opposta la filettatura per il nipplo, montato nei due raggi al centro.
Ulteriore particolarità di questi raggi è il diametro variabile che passa dai 3,5mm della zona filettata (parte esterna della ruota) ai 4mm della testa (parte interna) per una più omogenea distribuzione delle tensioni all’interno del materiale.
Ciascuna ruota così equipaggiata consente un risparmio di peso di 250gr rispetto alla tradizionale saggiatura in acciaio.
·
Bulloneria:
Elemento meccanico di collegamento di ampio impiego industriale data la
semplicità con cui consente l’assemblaggio e lo smontaggio di componenti di
qualunque materiale e dimensione.
Bulloni e relativi dadi e rondelle sono generalmente realizzati in
acciaio che garantisce una elevata resistenza meccanica (si ricorda che il
necessario preserraggio del bullone ne comporta la messa in trazione a
cui si aggiungono le ulteriori azioni di trazione e taglio dovute ai carichi
esterni).
Hanno avuto inoltre un discreto successo le realizzazioni in leghe di
alluminio, magnesio ed ergal, prevalentemente
limitate però ad accoppiamenti soggetti a carichi di modesta intensità (fissaggio dei coperchi carter laterali,
carrozzeria e componentistica varia).
Unica alternativa all’acciaio per impieghi più gravosi (bulloneria per
fissaggio motore, carter motore, telaietti, piastre
forcella, cappello bielle scomponibili, piedini forcelle, etc) è proprio il
titanio che permette di rientrare nella classe di resistenza 10.9, a cui
corrisponde, secondo normativa UNI 3740/74, una resistenza a trazione di
1000Mpa e un carico di snervamento di 900Mpa.

Figura 59: Alcuni esempi di bulloneria
in titanio prodotti dallo specialista LLS di Brescia.
L’impiego esteso su moto stradali può portare ad discreti risparmi di
peso ma l’elevato costo in relazione ai benefici ne limita comunque l’utilizzo
alle competizioni o ad esclusive realizzazioni artigianali.
La lega più utilizzata è la Ti6Al4V sotto forma di tranci di barra
mentre la realizzazione prevede in genere le seguenti fasi:
- forgiatura
a caldo della testa: uno spezzone di barra in lega di titanio viene
inserito nell’ elettroricalcatrice e riscaldata fino
a temperatura ottimale (generalmente controllata automaticamente dal
macchinario).
A questo punto la zona destinata a diventare la testa del bullone viene
compressa da un puntone che ne realizza la forma.

Figura 60: Forgiatura a caldo della testa del bullone. Si nota al centro la porzione di barra incandescente che verrà pressata dal macchinario.
- Stampaggio a caldo: il componente viene rapidamente posizionato
nella macchina per lo stampaggio che gli conferisce le dimensioni quasi
definitive del gambo e del raccordo con la testa;
La deformazione plastica a caldo è preferita per l’elevato ritorno
elastico a freddo del materiale, di cui si è già parlato nella prima sezione.

Figura 61: Macchinario per lo
stampaggio del gambo del bullone.
- rettifica e trattamento
termico di distensivo: viene eseguita una tornitura con fresatrici a
controllo numerico ad elevata precisione e con bassissima asportazione di
materiale;

Figura 62: Rettifica del gambo. Si nota
l'abbondante flusso d'acqua per il raffreddamento del componente e per
contrastare l’elevata infiammabilità in aria dei trucioli di titanio, di cui si
è già accennato nella sezione iniziale.
- lavorazione meccanica della testa:
anche questa operazione è eseguita da fresatrici a controllo numerico, che
garantiscono elevata precisione e limitate perdite di materiale.

Figura 63: Lavorazione meccanica della testa del bullone.
- rullatura di rifinitura
del raggio di raccordo tra testa e stelo, indispensabile per limitare
l’effetto di intaglio dovuto alla variazione di sezione;
- rullatura per la
filettatura: questa lavorazione non comporta alcuna perdita di materiale e,
grazie all’incrudimento che induce nel materiale, consente di ottenere
resistenze superiori a quelle conseguibili con lavorazioni meccaniche (che tra
l’altro sono molto più lente e costose);

Figura 64:Rullatura per la filettatura
del gambo del bullone.
- trattamento superficiale:
generalmente al carbonitruro di titanio e può essere
seguito da eventuale marchiatura a laser.
·
Raccorderia:
Con tecnologie sostanzialmente identiche a quelle utilizzate per la
bulloneria vengono anche prodotti raccordi in titanio per i circuiti idraulici
degli impianti frenanti e del comando frizione.
Va comunque detto che il materiale più adatto per la realizzazione di
questo componente, non sollecitato meccanicamente quanto un bullone, sono
certamente le leghe leggere (alluminio o ergal), che
risultano estremamente leggere e più economiche rispetto al titanio.
Il fatto però che tali leghe siano vietate per motivi di sicurezza in
diverse competizioni (tra cui formula uno), ha incentivato la realizzazione in
lega di titanio che pur garantendo standard di sicurezza simili a quelli
dell’acciaio permette un considerevole risparmio di peso.

Figura 65: Alcuni tipi di raccordi in titanio dritti, a 45° ed a 90° disponibili nel catalogo Poggipolini. Il fornitore bolognese realizza tra l’altro tubazioni su misura in treccia metallica su specifiche del cliente.
SEZIONE TERZA:
la lega Ti6Al4V
3.1. La lega Ti-6Al-4V:
Questa designazione identifica tutte quelle leghe a base di titanio il cui contenuto di alluminio e vanadio è rispettivamente compreso tra 5.5-6.75% (per l’alluminio) e 3.5-5% (per il vanadio).
In realtà la definizione della composizione di tali leghe impone limiti anche su diversi altri elementi ( carbonio, ferro, idrogeno, azoto, ossigeno e altri) e, come già accennato nella prima sezione, per ciascuna nazione esistono diverse specifiche con limiti leggermente diversi per alcuni elementi.
A titolo di solo esempio esplicativo si riportano alcune delle specifiche di validità europea per la lega Ti6Al4V, con le relative composizioni.

Figura 66: Specifiche europee per la composizione della lega Ti6Al4V;
Oltre a ciò va detto che i diversi trattamenti termici, lavorazioni ed eventuali rivestimenti superficiali cui viene sottoposta una lega con una determinata composizione possono determinare caratteristiche anche molto differenti.
Parlando di Ti6Al4V si intenderà quindi una famiglia di materiali le cui esatte caratteristiche saranno di volta in volta progettate in funzione delle specifiche esigenze.
Fatta questa dovuta precisazione, tra titani legati la lega in esame è certamente quella che ha trovato maggiore sviluppo in campo industriale ed il suo consumo è pari a circa il 50% della produzione totale di titanio.
Come totale si intende ovviamente solo il titanio utilizzato per la produzione di materiali metallici, mentre quantità ben maggiori di titanio in forma ossidata sono impiegate con altre funzioni, come ad esempio pigmenti coloranti).
L’industria aerospaziale ne impiega oltre l’80%, il settore delle protesi mediche circa il 3% mentre il resto si divide tra i restanti impieghi industriali, tra i quali ovviamente anche quello motociclistico.
Questa lega è caratterizzata da un’elevata versatilità, (come dimostrano gli svariati impieghi in campi anche molto differenti) ed è utilizzabile anche a temperature comprese tra i 400 e i 500°C.
Tra le principali varianti di questa lega si nominano la Ti-6Al-4V Grado Eli (Extra Low Interstitial), che presenta tolleranze più strette per quanto riguarda presenza di ossigeno e ferro (0,13% maxO, 0,25% maxFe), ed è caratterizzata da ottima duttilità e resistenza fino a temperature criogeniche (-190°C: azoto liquido; -224°C elio).
Un’altra variante, ottenuta con l’aggiunta dello 0’2% di palladio, è la Ti-6Al-4V Pd che garantisce invece eccellenti doti di resistenza a corrosione, peraltro già ottime nella formulazione di base.
3.2. PRincipali caratteristiche DELLA LEGA tI6AL4V:
Si è già accennato
sulle principali proprietà meccaniche del titanio e delle sue leghe.
Si è anche visto
come la composizione e le caratteristiche microstrutturali e morfologiche
possono variare in modo considerevole il comportamento del titanio metallico.
Nonostante questo la
maggior parte delle considerazioni fatte nella prima sezione dell’elaborato
sono da considerarsi valide anche nel caso specifico della lega Ti6Al4V, per la
quale si andranno ora ad analizzare più a fondo le singole proprietà fisiche e
meccaniche.
Prima però di
scendere nel dettaglio di ciascuna caratteristica del materiale sembra
opportuno dare un quadro riassuntivo di massima sulle proprietà fisiche della
lega in esame in relazione non solo ad alcuni degli altri materiali strutturali
concorrenti ma anche al metallo puro di partenza, in modo da poterne meglio
comprendere la diffusione commerciale.
Si farà riferimento
ai dati riportati nella seguente tabella:

Figura 67: Proprietà fisiche di alcuni materiali metallici;
Si può innanzitutto
osservare come alcune fondamentali proprietà fisiche come densità, temperatura
di fusione e modulo elastico varino da titanio puro a Ti6Al4V di non più del
2.4%. Anche il calore specifico non subisce enormi variazioni, aumentando però
di circa il 10%.
Per quanto riguarda
gli altri materiali si ripete quanto già detto:
-
bassa
densità rispetto agli acciai ( circa –45%), ma maggiore rispetto alle leghe di
alluminio e di magnesio (rispettivamente +36% e +61%), con un rapporto prestazioni peso comunque
favorevole;
-
elevata
temperatura di fusione, superiore anche a quella di acciai legati e inox ( circa +7% e + 14% rispettivamente), oltre che,
ovviamente alle leghe da fonderia alluminio e magnesio;
-
modulo
elastico decisamente inferiore rispetto agli acciai (mediamente poco più della
metà) ma superiore a quello di alluminio e magnesio legati (rispettivamente di
circa +55% e +145%);
-
calore
specifico paragonabile agli acciai e di quasi il 70% inferiore alle leghe di
alluminio e magnesio;
Altre proprietà
variano invece in modo considerevole rispetto al metallo puro.
In particolar modo
il Ti6Al4V assume proprietà termicamente ed elettricamente isolanti (in termini
relativi, si intende) grazie ad una conducibilità termica dimezzata ed una
resistività termica (che come noto rappresenta l’inverso della conducibilità
elettrica) più che tripla nei confronti del Ti puro.
Rispetto ai
materiali confrontati:
-
conducibilità
termica bassa; gli acciai ed il magnesio presentano valori circa doppi e anche
quelli tipici dell’alluminio sono superiori di circa il 50%.
-
Come
noto le leghe di alluminio e magnesio presentano doti di conducibilità
elettrica eccellenti.
La resistività elettrica di questi materiali è infatti di oltre un ordine
di grandezza inferiore, e anche per gli acciai si osservano valori notevolmente
inferiori ( circa –140%);
Si noti inoltre che
per le ultime due proprietà analizzate il titanio puro risulterebbe simile
all’acciaio.
Il coefficiente di
espansione termica della Ti6Al4V è appena inferiore a quella del metallo puro e
significativamente inferiore agli altri materiali considerati.
Per gli acciai
legati i valori sono superiori di circa il 40% (e addirittura del 100% per gli inox), mentre per alluminio e magnesio le differenze sono
dell’ordine del 170% e del 190%.
Anche se non
riportata in tabella sembra opportuno ricordare l’eccellente resistenza a
corrosione del titanio.
Nella lega Ti6Al4V
questa proprietà subisce un indubbio decadimento ma rimane comunque al di sopra
degli standard di leghe leggere e acciai, compresi gli inox.
Per quanto riguarda
infine l’allungamento a rottura (da cui dipendono duttilità e tenacità del
materiale) va detto che gli eccellenti valori del titanio non legato
(mediamente compresi tra il 20% e il 24% a temperatura ambiente) non sono
mantenuti per le forme legate. Anche la Ti6Al4V presenta quindi un valore di
deformazione a rottura inferiore (mediamente 15 sempre in termini percentuali)
che rimane comunque un valore superiore a quello dei già buoni acciai da
bonifica (7-10%).
Per le leghe di
alluminio e magnesio il discorso è leggermente più complesso dato che questo
parametro varia sensibilmente a seconda della tecnologia produttiva.
In generale i
componenti ottenuti con processi di fonderia si dimostrano più fragili di
quelli ottenuti per deformazione plastica.
Tra le tecnologie di
fonderia inoltre la colata in conchiglia garantisce deformazioni a rottura
anche doppie o triple rispetto alla colata in sabbia.
In ogni caso i
valori rimangono compresi tra il 5 e il 15% per le leghe di magnesio e tra il 2
e il 10% per quelle di alluminio e quindi garantiscono una duttilità mediamente
inferiore a quella del Ti6Al4V.
Un’ultima
considerazione sulla lavorabilità: le forme legate del titanio risultano in
genere più complesse da saldare, lavorare ad utensile e per deformazione
plastica.
Tra queste la
Ti6Al4V è certamente una di quelle che garantisce il miglior compromesso tra
proprietà, versatilità e costo e lo
sviluppo di apposite procedure e tecnologie ne permette ormai l’utilizzo in
moltissime tipologie di applicazioni.
Fatta questa
generica introduzione si vuole ora dare un quadro più dettagliato delle
specifiche caratteristiche del materiale in esame in modo da poterne valutare
meglio l’utilizzo industriale, sia nelle fasi di progettazione che di
realizzazione dei manufatti.
Per fare questo
verranno esaminate le sopraccitate grandezze fisiche ed altre di interesse ingegneristico (resistenza a
trazione/compressione/snervamento, coefficiente di poisson,
carico limite, tenacità a frattura, resistenza alle alte temperature e
deformazione a rottura) facendo
riferimento al grande numero di dati sperimentali presenti in letteratura.
La resistenza a trazione è definita come la massima tensione
sopportabile dal materiale prima della rottura e è generalmente espressa in MPa.
Per la lega Ti6Al4V può superare
il valore di 1200 Mpa in componenti allo stato
ricotto e, come già accennato nella prima sezione risulta generalmente
inferiore ai valori ottenibili con acciai altoresistenziali
(fino a 1500 Mpa per gli acciai da bonifica), ma
superiore a quella delle leghe di alluminio (non più di 700 Mpa)
e ancor più del magnesio che anche nel caso di componenti laminati a freddo non
supera i 260 GPa.
Tale valore risulta peraltro notevolmente influenzato dai trattamenti
termici effettuati, con cui si possono ottenere guadagni dell’ ordine dei 200 Mpa e, se pur in modo minore, dal tenore di ossigeno che
permette di avere incrementi di 70-100 Mpa.

Figura
68: Effetto del contenuto di
ossigeno sulla resistenza a trazione;
Sopra è riportato l’andamento
della resistenza a trazione e di resistenza allo snervamento (detta anche
carico di snervamento e misurata nelle condizioni di incipiente deformazione
plastica) in funzione del contenuto di ossigeno, misurato su campioni
sottoposti ad annealing e successivo raffreddamento
in aria.
Anche la presenza di fibrature indotte da
lavorazioni in campo plastico possono indurre considerevoli aumenti della
resistenza a trazione, dell’ordine circa di quelli ottenibili con trattamenti
termici.
A titolo di esempio si riportano i valori di resistenza a trazione e
snervamento di un provino misurati in direzione rispettivamente parallela e
perpendicolare alla fibratura.

Figura 69: Effetto della fibratura indotta da deformazione plastica sulle proprietà meccaniche;
Di ovvio significato e come nel caso della trazione questa grandezza
varia considerevolmente in funzione dei trattamenti termici eseguiti sul
materiale e dei processi produttivi, valgono quindi tutte le considerazioni
fatte sopra.
I valori massimi ottenibili sono paragonabili a quelli dei migliori
acciai inox austenitici,
inferiori di circa il 40% rispetto agli acciai altolegati
e più che doppi di quelli tipici delle leghe di alluminio.

Figura 70: Proprietà meccaniche a compressione per alcuni materiali metallici;
Decisamente interessante è inoltre la resistenza a snervamento in
compressione delle leghe Ti6Al4V, che raggiungono valori leggermente superiori
alla rispettiva grandezza misurata in trazione ,cosa che invece non si
riscontra in materiali più prestazionali quali gli
acciai da bonifica, per i quali il carico di snervamento a compressione è di
circa due terzi rispetto a quello di trazione.
Generalmente riferito al limite a fatica che è definito come il carico
per il quale si garantisce al 90% l’indennità del componente dopo 2X106
cicli di sollecitazione.
Tale grandezza, (che per le leghe Ti6Al4V può variare tra i 500 e i
700Mpa come riportato nel grafico sotto) è di fondamentale importanza nella
progettazione di parti soggette a sollecitazioni variabili con elevate
frequenze (come le componenti in moto alterno nei motori a scoppio) e non è
propria di tutti i materiali come già accennato nella prima sezione.

Figura
71: Comportamento a fatica per
diverse morfologie di Ti6Al4V;
Per la maggior delle leghe
leggere sottoposte a carichi ciclici infatti non esiste un valore di tensione
al di sotto del quale è garantita una vita indefinita del componente e la
progettazione deve quindi essere
condotta a termine, ovvero l’integrità è garantita fino e non oltre un certo
numero di sollecitazioni (si ricorda il marcato carattere statistico di queste
trattazioni).
Le curve sopra riportate consentono di osservare come il comportamento
fatica del Ti6Al4V sia notevolmente
influenzato dalla morfologia del materiale.
In linea generale si può affermare che tutte le modifiche che
comportano un incremento della resistenza a snervamento inducono anche un
miglioramento della resistenza a fatica. In particolar modo risultano favorevoli
microstrutture alfa aciculari e morfologie a grana
fine.
In relazione a quest’ultima si osservano
infatti valori di tensioni limite decisamente superiori in campioni sottoposti
a raffreddamenti rapidi (durante i quali la velocità di nucleazione
dei grani prevale su quella di accrescimento degli stessi, producendo
morfologie a grana fine) durante trattamenti termici di solubilizzazione
da temperature di stabilità della fase beta.

Figura
72: Effetto della velocità di
raffreddamento durante bonifica sul comportamento a fatica;
Nel grafico sotto è rappresentato esplicitamente l’effetto della
dimensione dei grani per leghe di titanio preparate con diversi trattamenti
termici.

Figura
73: Effetto della granulometria sul comportamento a fatica;
Si può notare per tutte le leghe prese in esame il marcato carattere
statistico di tale proprietà, che si manifesta nelle ampie bande di dispersione
dei dati sperimentali.
Nonostante ciò i valori medi forniscono un aumento pressappoco lineare
del limite di fatica con il diminuire della dimensione dei grani. Altro fattore
di fondamentale importanza è lo stato delle superfici la cui scarsa finitura
favorisce l’innesco di cricche che possono poi propagare per fatica anche a
carichi estremamente ridotti.
A dimostrazione di ciò si riporta la curva sperimentale del limite a
fatica per campioni di Ti6Al4V rinvenuti e trattati in modo da indurre stati di
sollecitazione residua in superficie.

Figura
74: Effetto delle tensioni
residue sul comportamento a fatica;
Risulta evidente come stati di compressione, generando un effetto di
chiusura sulle eventuali difettosità, aumentino in modo significativo le
prestazioni a fatica del materiale.
Per quanto riguarda il comportamento a fatica oligociclica (caratterizzata da carichi elevati,
generalmente attorno al 90% del carico di snervamento, e numero di carichi
inferiore ai 40-50000) valgono le medesime considerazioni.
In entrambi i casi comunque la dispersione dei dati sperimentali e il
complesso modo in cui microstruttura e morfologia concorrono a variare le
proprietà del materiale, fanno si che il comportamento a fatica sia
generalmente valutato sperimentalmente caso per caso in funzione delle esigenze.
·
Tenacità a frattura:
Tale proprietà è descritta nel modello teorico proposto da Irwin attraverso un parametro (generalmente indicato con la
lettera K ) detto FATTORE DI INTENSIFICAZIONE DEGLI SFORZI.
Senza entrare nel dettaglio della complessa e spesso mal digerita
meccanica della frattura basti qui dire che il senso fisico di K è quello di
fornire una stima dell’effettivo stato di sforzo cui è soggetto il materiale
nel caso di presenza di cricche, che chiaramente determinano a livello locale
delle condizioni di maggiore criticità. Tale valore è quindi confrontato con un
parametro sperimentale (Kc, ovvero K critico), che altro non è che
il valore assunto da K in condizioni di incipiente propagazione instabile della
cricca (in altre parole se per un certo carico applicato K=Kc
vuol dire che il componente si sta rompendo).
La lega Ti6Al4V presenta una buona tenacità a frattura (che vuol dire
alti valori di Kc), superiore a quelle delle leghe di alluminio e
magnesio ma inferiore a quelle eccellenti degli acciai.
In termini generali si può affermare che le condizioni favorevoli
all’incremento di tali caratteristiche sono
l’assenza di fase beta non trasformata e la presenza di morfologie
lamellari della fase alfa beta. Per impieghi inoltre che richiedono una
elevatissima tenacità a frattura si ricorre all’uso della lega Ti6Al4V Grado Eli che ( come mostrato dal grafico sotto) può presentare
valori di Kc anche doppi
rispetto a quelli delle Ti6Al4V con normali tenori di ossigeno.

Figura
75: Effetto dell'ossigeno sulla
tenacità a frattura;
I valori tipici di Kc per la lega Ti6Al4V variano tra i33 e gli oltre 110 Mpa*m1/2 e
risultano quindi estremamente variabili in funzione del tenore di ossigeno e
dei trattamenti termici eseguiti sul materiale.
In particolar modo trattamenti di solubilizzazione
da fase beta (quindi superiori ai 980°C) possono produrre, a parità di
resistenza allo snervamento, valori di Kc superiori del 50% rispetto
a trattamenti analoghi eseguiti da temperature di stabilità bifasica
alfa-beta.
Per quanto riguarda la temperatura del trattamento di annealing si registrano valori crescenti col crescere della
temperatura come mostrato sotto.

Figura
76: Effetto della temperatura di
ricottura sulla tenacità a frattura;
Risulta inoltre chiaro che
eventuali saldature non correttamente eseguite possono indurre seri cali della
tenacità a frattura nella zona termicamente alterata, generando di fatto un
ciclo di tempra incontrollata a temperatura ambiente (con relativa comparsa di
fasi metastabili).
In generale si può anche affermare che processi che portino ad un
miglioramento della finitura superficiale e stati di sollecitazione residua di
compressione sempre in superficie hanno un effetto migliorativo sulla tenacità
a frattura del componente.
Si definisce come l’energia che il materiale è in grado di assorbire
durante frattura.
Tale grandezza è strettamente correlata alle già descritta tenacità a
frattura e per la sua descrizione valgono quindi le considerazioni sopra.
Le due grandezze non sono in realtà legate da una esatta
proporzionalità ma la maggiore economicità delle
prove sperimentali di resistenza all’impatto fa sì che questo metodo sia molto
utilizzato per fornire dati comparativi sulla tenacità a frattura.
Le prove di impatto sono descritte da normative nazionali e
continentali sia per le tipologie di prova IZOD
(che realizza l’impatto su un provino vincolato rigidamente ad una
estremità), che SHARPY (che realizza un impatto centrale su provino appoggiato
alle estremità, che risulta quindi sottoposto a flessione a tre punti).
I valori tipici delle leghe Ti6Al4V per le due prove condotte a
temperatura ambiente sono rispettivamente di 20J e 24J (da considerarsi come
valori medi orientativi).
All’aumentare della temperatura il favorito comportamento plastico del
materiale permette assorbimenti di energia superiori come mostrato dai due
grafici sottostanti, tracciati da prove rispettivamente Izod
e Sharpy condotte a diverse temperature per provini
rinvenuti di Ti6Al4V.

Figura 77: Effetto della temperatura
sulla resistenza all'impatto con riferimento a prova Izod
(grafico a sinistra) e Sharpy (grafico a destra);
Si caratterizza valutando la variazione della precedenti grandezze
all’aumentare della temperatura. La lega
Ti6Al4V presenta un buon comportamento meccanico fino a temperature ed è
comunemente impiegato a temperature anche superiori ai 300-350°C.
Rispetto agli altri materiali di riferimento risulta inoltre inferiore
ai migliori acciai da bonifica ed inox austenitici ma nettamente superiore rispetto a alluminio e
magnesio, come è del resto logico aspettarsi da materiali che hanno trovato
largo impiego in fonderia grazie proprio alle basse temperature di fusione.
Particolarmente importanti ai fini del mantenimento dalle
caratteristiche meccaniche sono i trattamenti termici eseguiti sul materiale.
A seguito si riportano a fine comparativo le resistenze a trazione di
campioni di Ti6Al4V fino a temperature di quasi 600°C, precedentemente
sottoposti a trattamento di annealing e solution treatment ( 1 ora a 955°C, raffreddamento in
acqua, invecchiamento di 4 ore a 525°C e raffreddamento finale in aria).

Figura 78: Effetto della temperatura sulla resistenza a trazione;
Analogo discorso per la resistenza a rottura e a snervamento in
compressione i cui valori in
funzione della
temperatura sono riportati nei grafici a seguito:


Figura 79: Effetto della temperatura sulla resistenza a rottura e snervamento in compressione;
Da notare nel primo dei tre grafici la sostanziale ininfluenza del
tempo di permanenza ad alta
temperatura al di sopra dei 30 minuti, segno che il decadimento delle
proprietà meccaniche avviene in modo rapido nei primi minuti di esposizione.
L’ elevata resistenza termica della lega in esame si manifesta anche in un’ottima resistenza al creep, fenomeno di deformazione per scorrimento viscoso che
avviene sotto l’azione prolungata di carichi statici e fortemente favorito alle
alte temperature.
In condizioni termicamente gravose si può infatti assistere ad un
graduale decadimento delle proprietà meccaniche del materiale, che può subire
consistenti deformazioni anche sotto l’effetto di carichi ridotti, come
chiaramente mostrato dalle curve sottostanti.

Figura 80: Effetto della temperatura sul comportamento a creep;
In generale si può affermare che la fase alfa conferisce migliori doti
di resistenza a creep rispetto alla fase beta e che
quindi risulta importante valutare attentamente le temperature di annealing (da cui dipendono i prodotti di tempra) cui
sottoporre il materiale.
Un modo per incrementare le doti di resistenza a creep
dilla lega Ti6Al4V ( buona ma comunque inferiore rispetto a quella di altre
leghe di titanio appositamente formulate) senza aumentare troppo la frazione di
fase beta (producendo un’infragilimento del materiale)
è quello di indurre un’alterazione della struttura cristallina da equiassica ad acculare.
Il grafico sotto è riportato ad esempio degli effetti della
microstruttura sulle resistenza a creep.

Figura 81: Effetto della microstruttura sul comportamento a creep;
Definito come il rapporto tra tensione e
deformazione in un provino trazionato (ha le
dimensioni di una pressione e si esprime generalmente in Gpa
= 109 Pa), ed è una delle più
rappresentative ed utilizzate proprietà meccaniche dei materiali solidi.
Il valore del modulo elastico per questa lega
oscilla in un range abbastanza ampio e comunque
intermedio tra i valori tipici dei materiali a base di Titanio.
In letteratura sono riportati valori compresi
tra i 100 ed i 130 GPa per la Ti6Al4V, valore
abbastanza elevato ma non eccezionale per materiali di impiego strutturale.
Per un raffronto di massima si ricorda che per
gli acciai superano generalmente i 200-210 Gpa mentre
per le principali leghe di alluminio e magnesio i valori tipici sono
rispettivamente di 70 e 45 Gpa.
In generale si può affermare che per questi
tipi di lega multifase il valore del modulo elastico
è determinato dalla media dei valori delle due fasi (e dipende quindi dalle
rispettive frazioni in volume) e che aumenta all’aumentare della concentrazione
di stabilizzanti della fase alfa. Anche
i trattamenti termici di bonifica hanno una notevole influenza sul valore
finale di E, in particolar modo l’ invecchiamento risulta indispensabile per un
ripristino a valori accettabili del modulo elastico dopo le operazioni di
tempra condotte dalla temperatura di 800°C.
In queste condizioni si assiste infatti ad un
brusco calo del modulo elastico come chiaramente evidenziato dal grafico sotto.

Figura 82: Effetto della temperatura di tempra sul modulo elastica;
Con le operazioni di aging
(invecchiamento) si può recuperare in buona parte tale variazione con aumenti
anche dell’ordine dell’ 8%.
Il progressivo ripristino di é riportato nella
seguente tabella per diverse temperature di trattamento e per tempi di
trattamento fino alle 100 ore ed a partire da tre differenti provini sottoposti
a solution treatment da 800, 1000, 1200°C.

Figura 83: Effetto del tempo di invecchiamento sul modulo elastico;
Piccole variazioni si possono
inoltre avere per la presenza di impurità (non oltre il 3% con normali standard
qualitativi di produzione), ed in particolar modo di ossigeno come
rappresentato sotto.

Figura 84: Effetto del contenuto di ossigeno sul modulo elastico;
Un ulteriore modo per intervenire sulle proprietà elastiche del
materiale è quello di sottoporlo a deformazione plastica, in questo modo è
possibile indurre la formazione locale di martensite
secondaria ( il reticolo cristallino si riassesta in una struttura ortorombica che gli conferisce una elevatissima rigidezza).
A seguito è riportato un esempio relativo ad un provino ottenuto per
sinterizzazione a 1260°C sottoposto a solution
treatment, tempra in acqua e invecchiamento (il modulo è misurato a temperatura
ambiente con tecniche di risonanza).

Figura
85: Effetto della deformazione
plastica sul modulo elastico;
Sempre attraverso deformazione plastica è possibile indurre nel
reticolo del materiale una fibratura orientata in
modo da esaltarne le caratteristiche elastiche in una particolare direzione.
Ad esempio dell’ anisotropia indotta da processi di estrusione e
laminazione si riportano i valori di E ottenuti da provini ricavati da una
medesima lastra laminata in Ti6Al4.
L’angolo alfa in ascissa esprime l’orientazione relativa del provino
rispetto alla direzione di deformazione.