La biocompatibilità
è un parametro che indica la dannosità di una sostanza per un
organismo. Essa risulta perciò essere di notevole importanza in ambito
farmacologico e in ambito biomedico nella produzione di materiali che vengono
ad esempio usati per la costruzione di protesi, quali ad esempio il titanio e
l'idrossiapatite. Questi materiali devono perciò presentare una totale
biocompatibilità nei riguardi dell'organismo umano in cui vengono
impiantati, in quanto non solo non devono essere dannosi, ma devono anche non
essere attaccati dalle proteine dell'organismo.
Pertanto,
lo studio delle caratteristiche di una matrice biologica risulta essere di
notevole utilità e importanza. A questo scopo, si effettuano studi su
colture di cellule che vengono utilizzate estensivamente per valutare la
biocompatibilità di biomateriali potenzialmente impiantabili.
Biomateriale
Un
biomateriale è un materiale che si interfaccia con i sistemi biologici
per valutare, trattare, aumentare o sostituire un qualunque tessuto, organo o
funzione dell’organismo (Consensus Conference, Chester, UK, 1991). Un
qualunque biomateriale provoca una risposta biologica dell’organismo in
cui si trova ad operare, che a sua volta causa un processo di degradazione nel
biomateriale stesso. Si parla quindi di doppia interazione tra i due sistemi.
Non bisogna commettere l’errore di considerare un biomateriale inerte nei
confronti dell’organismo in cui viene impiantato. L’organismo umano
ha la possibilità di attivare numerosi e complessi meccanismi biologici
che hanno funzioni di difesa nei confronti di eventi ritenuti dannosi. In
generale tali meccanismi consistono di complicate sequenze di processi,
ciascuno dei quali risulta regolato da precisi equilibri di tipo
attivazione/inibizione. Talvolta tali processi possono venire alterati
farmacologicamente per ottenere un aumento o una diminuzione
dell’efficacia delle difese naturali. I meccanismi di difesa naturali,
sebbene siano ovviamente indispensabili per la sopravvivenza
dell’organismo, costituiscono il principale ostacolo
all’applicazione di dispositivi medici. Al pari di un qualunque evento
traumatico, anche l’inserimento di un dispositivo medico, dal semplice
ago per iniezione al più complesso organo artificiale, viene
“vissuto” dall’organismo biologico come un evento da cui
difendersi. Questo atteggiamento di “rifiuto” deriva
sostanzialmente dal fatto che l’accettazione di un dispositivo da parte
dell’organismo avviene sulla base di meccanismi di riconoscimento
molecolare dei materiali di cui il dispositivo è costituito e non sulla
valutazione delle funzioni che tali materiali (e il dispositivo) possono
svolgere.
Un
concetto fondamentale per quanto riguarda i biomateriali è quello di
biocompatibilità, che indica l’attitudine di un materiale ad
essere ben tollerato dall’organismo ospite in cui deve operare,
determinando una risposta opportuna in relazione all’applicazione da
parte di quest’ultimo. La biocompatibilità di un biomateriale deve
conservarsi per l’intera durata dell’applicazione a cui è
destinato. Ad esempio una membrana per emodialisi è utilizzabile
soddisfacentemente perché rimane a contatto con il sangue del paziente
solo per poche ore; un contatto più lungo nel tempo comporterebbe danni
per la persona. Una protesi invece deve garantire il funzionamento e la
biocompatibilità per tutta la durata della vita del paziente.
Generalmente
si distinguono due campi di utilizzo per i biomateriali:
-
extracorporeo: apparecchiature, strumentazioni di analisi, strumentario
chirurgico;
-
corporeo: mezzi di osteosintesi, protesi ortopediche, protesi dentali.
La
biocompatibilità dei materiali impiegati deve essere rispettata per
entrambi i campi di utilizzo ma naturalmente i materiali da impiegare
all’interno dell’organismo devono sottostare a specifiche
più severe.
I
biomateriali si possono classificare in base alla loro natura chimica.

Principali vantaggi,
svantaggi e applicazioni di ciascuna tipologia di biomateriali
I
metalli più utilizzati come biomateriali sono gli acciai inossidabili,
le leghe di cromo-cobalto e le leghe di titanio. Essi trovano largo impiego
soprattutto come materiali per la costruzione di dispositivi biomedici. Le
applicazioni sono le più svariate e vanno dalla realizzazione di
componenti di apparecchiature fino a parti di protesi o protesi intere. Alcune
comuni applicazioni dei biomateriali metallici riguardano la fabbricazione di
strumenti chirurgici, di protesi ortopediche e dentali e di mezzi di
osteosintesi. I materiali metallici infatti, presentando delle proprietà
meccaniche che rendono possibile la realizzazione di protesi in grado di
sopportare carichi elevati con piccole sezioni, si prestano bene a risolvere i
problemi legati alla sostituzione di tessuti duri quali ossa e denti. In figura
4.3 vengono illustrati degli esempi di protesi costruite parzialmente o
interamente in materiale metallico biocompatibile.

Biocompatibilità di impianti dentali
Negli
ultimi anni, per valutare le caratteristiche del sito biologico in cui
impiantare una protesi dentale, è stata proposta una nuova tecnica
spettrofluorimetrica basata sull'utilizzo di due traccianti fluorescenti che
marcano degli immunoconiugati. Su colture di osteoblasti, ossia cellule
prelevate dalla mandibola, l'indagine è volta a determinare le quantità
di osteocalcina e collagene tipo I secrete dalle suddette cellule nella matrice
extracellulare. Questi parametri sono utili nel determinare la bontà
della biocompatibilità di un biomateriale. Inoltre, queste specie sono
direttamente coinvolte nel processo di mineralizzazione delle ossa, un fattore
di cruciale importanza in un impianto dentale a lungo termine.
Dopo
isolamento e caratterizzazione, le cellule vengono poste sulla superficie di
dischi del materiale da testare, quali il titanio o titanio ricoperto da un
sottile strato di idrossiapatite; a ciò segue l'applicazione di un primo
anticorpo e successivamente di un anticorpo marcato: a questo punto, dopo
l'eccitazione ottica dei due coloranti, viene effettuata l'analisi misurando
con uno spettrofluorimetro il segnale di fluorescenza emesso dalle molecole
nella matrice extracellulare sulla superficie dei dischi. La misura
perciò presenta il vantaggio di essere indipendente dalle
caratteristiche della superficie del materiale in esame, e quindi questa tecnica
permette un'accurata e precisa valutazione della risposta dei campioni
biologici interessati verso il biomateriale da impiantare.
Come marker per ottenere l'immunoconiugato, si utilizzano due coloranti
fluorescenti, la fluoresceina isotiocianato (FITC) e la tetrametilrodamina
isotiocianato (TRITC), le cui strutture sono sotto riportate:
La
procedura dell'analisi è divisa in tre step:
Step I - Riconoscimento molecolare: il
primo anticorpo (1) riconosce le cellule poste a ricoprire il biomateriale in
esame (4) e si lega allo strato collagenico che si trova nella matrice
extracellulare (3).
Step II - Marcatura coi fluorofori: il
secondo anticorpo (2), che porta con sè i due marker (5), riconosce il
primo anticorpo e vi si lega.
Step III - Fluorescenza: I
coloranti vengono eccitati attraverso una sorgente laser (6) ed emettono la
propria caratteristica fluorescenza (7), la quale viene registrata da uno
spettrofluorimetro e visualizzata come spettro di emissione.

La spettrofluorimetria,
grazie alla sua riproducibilità, attendibilità e
specificità, ha permesso di facilitare gli studi sulla
biocompatibilità, in quanto ha permesso di superare alcuni problemi
tecnici relativi alla quantificazione di parametri biologici coinvolti in
relazioni cellula-biomateriale, come fosfatasi alcalina, collagene,
osteocalcina, proteoglicani. Inoltre questa tecnica presenta tra i suoi
vantaggi quello di permettere anche, rispetto ad altre metodologie, un certo
risparmio di tempo e di costi.